Denatalità crescente a Rimini e in Italia. La riflessione dell’Assessore alla Protezione sociale del Comune di Rimini Kristian Gianfreda

Le statistiche Istat degli ultimi vent’anni e le elaborazioni realizzate dal Sole 24 Ore del lunedì, fanno emergere un quadro molto problematico sul crollo della natalità nel nostro Paese

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Le statistiche Istat degli ultimi vent’anni e le elaborazioni realizzate dal Sole 24 Ore del lunedì, fanno emergere un quadro molto problematico sul crollo della natalità nel nostro Paese, primo in Europa per crisi delle culle nella prima parte del terzo millennio. Un problema che attanaglia tutti i territori italiani, nessuno escluso, compresa la provincia di Rimini, che stando infatti all'analisi del quotidiano economico rispetto all’inizio del millennio registra un decremento delle nascite del -33,3%.


 
Se si guardano i dati del solo Comune di Rimini, la variazione risulta più contenuta con una flessione del -26,47% tra i nuovi nati nel 2002 e i nuovi nati del 2021, che sono passati da 1258 a 925.


 
Negli anni c’è stato un rialzo nel 2008, con 1456 bebè, mentre dal 2011 un progressivo arretramento che ha raggiunto poi il culmine nell’anno appena passato.


 
Una questione che riguarda tutto il nostro Paese, che da tempo è ultimo in Europa per numero di nuovi nati rispetto ai residenti.


 
"Io penso sia arrivato il momento di aprire una riflessione molto seria sul tema, perché queste statiche non si consumino nel giro di un comunicato stampa e dichiarazioni di intenti, ma si concretizzino in una presa di consapevolezza reale, che sostituisca alle politiche mordi e fuggi a cui siamo abituati delle politiche strutturali per accrescere l’occupazione e sostenere le famiglie, con particolare riguardo alle donne, sulle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, grava ancora il peso della conciliazione casa-lavoro. Esempi positivi in questo senso li troviamo anche vicino: la Germania è riuscita a invertire la curva negativa della natalità con politiche di welfare molto più attente, articolate e concrete rispetto a quelle spesso dispersive e a singhiozzo del nostro Paese. Questo è un compito di cui deve prendersi carico la politica, senza soluzione di schieramenti: la denatalità è una delle zavorre che mette fortemente a rischio il futuro dell'Italia, come e più dei mancati obiettivi del PNRR. Bisogna averne consapevolezza per non essere 'distratti' dalla realizzazione di un Paese infrastrutturalmente nuovo ma definitivamente abbandonato e vecchio.


 
E poi, al di là delle considerazioni più politiche, ci sono altri fattori che hanno inciso. Più nascosti, più sociali.


 

Alle difficoltà oggettive delle famiglie e dei giovani, che vedono davanti a loro un futuro incerto e con tanti punti interrogativi, c’è anche forse una componente che ha a che fare con contesti che spingono alla centralità dell'individuo piuttosto che della famiglia. È forse anche una componente egoistica, questo almeno il mio pensiero. Da qualche decennio, in Italia, si è affermata una cultura che ha messo fuori dall’orizzonte delle priorità i figli. Nell’ansia collettiva in cui viviamo, nella competizione crescente nell’ambito del lavoro, sono posti un po’ in secondo piano nella gerarchia delle ‘urgenze’, sebbene non manchi la voglia di famiglia.



Quello che possiamo fare noi, come comunità, come amministrazione locale, è però dare una linea politica definita alle nostre scelte, tenendo come ‘bussola’ una determinata visione di città: una città che si riadatta e ripensa in base ai bisogni e alle nuove istanze dei cittadini, a partire dai più giovani. È una precisa direzione di futuro che ci siamo dati, e di cui il programma di legislatura da poco presentato ne è una dimostrazione. La gratuità degli asili nidi per le famiglie con redditi annui medio bassi (sotto i 26 mila euro), l’introduzione di nuovi criteri di accesso alle scuole di infanzia. Le misure volte all’inclusione sociale, le strutture a supporto degli adolescenti e dei genitori, il sostegno all’abitare, all’handicap e quello rivolto alle famiglie più numerose, attraverso bandi specifici. Per non dimenticare, poi, gli investimenti sull’istruzione e sul diritto allo studio, ben consapevoli che è dalle scuole, dalle università e dai luoghi del sapere che si può riattivare l’ascensore sociale, ormai troppo arrugginito, e si possono cominciare a combattere le diseguaglianze. Tutto questo però da solo non basta, se non c’è un ripensamento anche su scala nazionale e globale di società, che metta al centro una cultura capace di dare spazio e di riscoprire il valore delle relazioni e della pluralità.



Una tematica che deve richiamare l'attenzione di tutti quegli organi che rappresentano un punto di riferimento per le comunità per dare vita a un ragionamento più integrato, fatto di più voci, perché questa questione non cada nel vuoto ma si trasformi in un impegno per il futuro”.

 

 

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Ultimo aggiornamento

08/02/2024, 00:10