Edelweiss Rodriguez (Pugilato)

Rimini, 20 giugno 1911 (m. 22 febbraio 1962)

Se Rimini è stata per tanti anni la capitale del pugilato, lo deve in gran parte a Edelweiss Rodriguez. Nome esotico, autentico purosangue, non amava stare alle regole, era il "monello della contrada". A volte discontinuo, ma un pugile fantastico, nato per salire su un ring, grinta da vendere, spavaldo, dotato di un grande cuore fuori e dentro il quadrato. Un inventore di colpi, un incubo per i suoi avversar!. La sua epopea comincia a 17 anni (anche se il primo match è datato 1925 nei mosca): era il '28, infatti, quando Edelweiss comincia a far parlare di sé nel mondo del pugilato, battendo sorprendentemente a Milano uno degli azzurri doc di quel tempo, Carlo Cavagnoli, futuro medagliato ai Giochi di Amsterdam. Nel '29 Edelweiss (Vais e Pizna i suoi nomignoli) ha portato a casa il suo primo titolo italiano nei dilettanti, categoria Gallo, battendo Ansini, crollato all'ultima ripresa per colpa di un potente destro alla mascella. Stessa storia nel '30, questa volta l'avversario è Blasi, ma il titolo tricolore resta a Rodriguez. Peccato per gli europei dello stesso anno a Budapest, dove il riminese si deve "accontentare" della medaglia di bronzo. A sbarrargli la strada c'è l'ungherese Szeles e proprio in quell'occasione comincerà il grande duello tra Rodriguez e gli avversar! provenienti da Budapest. L'Olimpiade di Los Angeles è il prossimo traguardo da raggiungere per Edelweiss che sbarca per la prima volta negli States nel 1931. Al Madison la prima "vittima" di Rodriguez è l'idolo locale Burus, la seconda sarebbe il futuro fuoriclasse della boxe americana, Lou Salica, che viene colpito a ripetizione, non riesce mai a inquadrare lo sgusciente avversario, ma sarà premiato però da un verdetto scandaloso. Ma il sasso è stato gettato, l'America si è accorta di Edelweiss, pronto ad adottarlo (foto e articoli sui giornali specializzati, in particolare su "The ring", la bibbia del pugilato) a un anno dalle Olimpiadi. Il grande sogno diventa realtà il 2 luglio del '32 quando la truppa azzurra si imbarca da Napoli sul "Biancamano" destinazione New York e poi successivamente in treno verso Los Angeles. Il primo avversario di Rodriguez ai Giochi è il filippino Gray che resta in piedi per tutte tre le riprese, ma deve arrendersi all'inevitabile verdetto dei giudici. Ed eccoci alla supersfida con l'ungherese Enekes, una finale anticipata tra i due indiscussi favoriti per l'oro. Ai punti vince il magiaro nonostante sia volato al tappeto alla seconda ripresa e la delusione di Edelweiss è grande come quella di tutta Rimini. Ma è enorme anche la voglia di riscatto e per questo scatta subito la rivincita: la coppa Europa è l'occasione, Budapest il teatro. Rodriguez sceglie la tana del nemico per impartirgli una severa lezione, mitigando in parte la rabbia americana ("II più forte sono io"). Passa professionista nel '33 (sarà anche campione del mondo latino) e debutta contro Beschi. In tre occasioni tenta l'assalto al titolo italiano: gli va male la prima volta contro Magnolfi (perde ai punti) e anche la seconda contro Cavagnoli (parità). Gli va alla grande, invece, il 21 ottobre del '34 nella sua Rimini quando batte proprio Magnolfi e conquista la corona tricolore dei pesi gallo che cederà l'anno successivo a Parma contro Cattaneo. Nel '38 lascia l'Italia per Adis Abeba dove mixa l'incrollabile passione per lo sport con il lavoro di barbiere. Vince il titolo dello Scioa pesi piuma ed è campione dell'Africa orientale. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Rodriguez è involontario protagonista di un episodio curioso: infatti venne inquadrato nei granatieri di Sardegna, lui che era alto solo 1.53. Tornò a Rimini nel novembre del '46 segnato da una lunga prigionia. Concluse la carriera sul finire degli anni quaranta con oltre 500 combattimenti alle spalle, 25 presenze in nazionale (sesto di tutti i tempi anteguerra) con un bilancio di 15 vittorie, 2 pareggi e 8 sconfitte. Abbandonato lo sport agonistico, si è dedicato alla gestione di un'edicola di giornali all'ombra del grattacielo, attività poi proseguita dal figlio: Edelweiss anche lui, in ricordo di un mito che non scomparirà mai.

Tratto da "Quelli che...lo sport che passione" a cura di Alberto Crescentini e Carlo Ravegnani