L'attenzione conoscitiva nei confronti del volontariato ha subito negli ultimi decenni una profonda

Percorsi solidali e sfide educative

Collana Quaderni dell'Istituto IARD - N. 1/04

Collana quaderni IARD 1/04L'attenzione conoscitiva nei confronti del volontariato ha subito negli ultimi decenni una profonda evoluzione. Nuove e diversificate chiavi di lettura sono state proposte nel tentativo di "cogliere" la specificità di un fenomeno, quello della solidarietà organizzata, che non solo ha trovato sempre più spazi e riconoscimenti nella società italiana ma è divenuto a pieno titolo un soggetto collettivo.

Gli studi sul volontariato seguono un duplice filone, che riflette la duplice anima dell'agire volontario, riassumibile in termini di "servizio" da un lato e "identità/partecipazione" dall'altro. Nel primo caso parlare di volontariato rimanda soprattutto alla crisi e alla ridefinizione dei sistemi di Welfare State. Il volontariato organizzato, in un primo tempo, ha fornito risposte (sotto forma di risorse materiali esimboliche) a bisogni che le politiche sociali pubbliche non riuscivano a soddisfare. In questo senso i servizi offerti dal volontariato sono nati come "complementari" a quanto erogato dall'intervento pubblico.

Quella che è stata felicemente definita la terza dimensione [Ardigò,1981], (ri)producendo un sistema non formalizzato di ammortizzatori sociali, ha giocato un ruolo per certi versi paradossale: se da un lato ha "sostenuto" in maniera indiretta il servizio pubblico, dall'altro ha definitivamente svelato e denunciato le carenze e inefficienze del sistema. I processi (di natura politica, sociale ed economica) che hanno portato allo smantellamento di sezioni importanti del Welfare State e alla sua progressiva riconversione in Welfare Society sono stati oggetto di numerosi studi in più ambiti disciplinari. Ciò che ci preme sottolineare in questa sede è che alla ridefinizione dello Stato Sociale corrisponde un analogo processo nell'ambito del volontariato, che ha dovuto riprogettare il proprio ruolo e la propria
identità. Accanto all'erogazione di servizi complementari o sostitutivi dell'offerta pubblica è andata sviluppandosi la capacità delle organizzazioni di volontariato di anticipare i bisogni sociali e di fornire risposte di tipo innovativo. L'evoluzione ha investito, come è ovvio aspettarsi, non solo la natura del volontariato, ma anche la sua struttura organizzativa.

Le linee di tendenza del volontariato organizzato, sulla base dei dati della terza rilevazione FIVOL [2001], possono così essere sintetizzate:

  • maggiore diffusione delle organizzazioni di volontariato nell'intero territorio
  • nazionale, con notevole riduzione del divario tra Nord e Sud del Paese;
  • consolidamento dell'ambito sanitario-assistenziale come settore di
  • prevalenza;
  • sviluppo delle organizzazioni a carattere civile (difesa, dei diritti dell'uomo
  • tutela dell'ambiente e degli animali);
  • progressiva professionalizzazione della figura del volontario;
  • laicizzazione delle strutture, con una lenta erosione della matrice cattolica;
  • diversificazione e intensificazione delle modalità di interazione con gli Enti
  • Pubblici.

Il mondo del volontariato organizzato risulta oggi più strutturato e formalizzato, ha acquisito maggiore visibilità, rivendica una competenza specifica e, soprattutto, è ben integrato nel territorio. Le organizzazioni di volontariato hanno attivato canali di comunicazione sia con gli attori locali (famiglie, agenzie formative, mondo associativo) sia con le istituzioni pubbliche. Rispetto al rapporto con queste ultime, l'aspetto interessante risiede soprattutto nella capacità di fare rete: l'incontro tra pubblico e volontariato assume sempre più frequentemente la forma dei coordinamenti, dei tavoli di lavoro, della progettazione compartecipata. Il volontariato organizzato è divenuto a pieno titolo un soggetto politico. Il modello di "esternalizzazione del servizio" che ha guidato il rapporto tra Stato e volontariato nella ridefinizione del sistema di Welfare va evolvendosi in una forma più complessa e articolata: le organizzazioni di
volontariato contribuiscono all'individuazione precoce dei bisogni emergenti e sono in grado di attivare risorse per soddisfarli. Soprattutto a livello locale esse sono entrate a far parte delle policy communities2, contribuendo in maniera attiva alla definizione e produzione delle politiche. La recente "Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali" (n. 328/00) rappresenta uno degli esiti della rinegoziazione degli spazi tra pubblico e privato sociale. L'articolo 1 (comma 4 e 5) riconosce esplicitamente il ruolo delle organizzazioni di volontariato (e del terzo settore in generale) nei compiti di programmazione degli interventi oltre che di gestione:

"4. Gli enti locali, le regioni e lo Stato, nell'ambito delle rispettive competenze, riconoscono e agevolano il ruolo degli organismi non lucrativi di utilità sociale, degli organismi della cooperazione, delle associazioni e degli enti di promozione sociale, delle fondazioni e degli enti di patronato, delle organizzazioni di volontariato, degli enti riconosciuti delle confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato patti, accordi o intese operanti nel settore nella programmazione, nella organizzazione e nella gestione del sistema integrato di interventi e servizi sociali.

5 . Alla gestione ed all'offerta dei servizi provvedono soggetti pubblici nonché, in qualità di soggetti attivi nella progettazione e nella realizzazione concertata degli interventi, organismi non lucrativi di utilità sociale, organismi della cooperazione, organizzazioni di volontariato, associazioni ed enti di promozione sociale, fondazioni, enti di patronato e altri soggetti privati. Il sistema integrato di interventi e servizi sociali ha tra gli scopi anche la promozione della solidarietà sociale, con la valorizzazione delle iniziative delle persone, dei nuclei familiari, delle forme di auto-aiuto e di reciprocità e della solidarietà organizzata." (l.328/00)

Al ruolo del terzo settore è dedicato un articolo specifico (art. 5) che fa riferimento alla promozione di "azioni per il sostegno e la qualificazione dei soggetti operanti nel terzo settore", alla regolamentazione dei rapporti "tra enti locali e terzo settore, con particolare riferimento ai sistemi di affidamento dei servizi alla persona" e, infine alle modalità "per valorizzare l'apporto del volontariato nell'erogazione dei servizi".

Il modello delle policy communities fa riferimento alle politiche prodotte dalla negoziazione continuativa, caratterizzata da un certo grado di stabilità, tra politici, burocrati, rappresentanti di gruppi di interesse.
Il piano di zona, così come definito dalla l.328/2000, valorizza il principio di sussidiarietà e offre alla comunità locale l'occasione di divenire soggetto attivo nell'individuazione del bisogno, nella definizione delle priorità e nella implementazione e gestione degli interventi. La "Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali" può essere letta come una traduzione operativa delle tesi di R. Putnam. Come è noto, questo autore ha sostenuto che un alto rendimento delle istituzioni possa
essere spiegato, più che dalla ricchezza socioeconomica, dalla presenza di una forte comunità civica, "ovvero il tessuto sociale in cui si intrecciano l'impegno sociopolitico e la solidarietà."

Quattro elementi definiscono una comunità civica:

  1. impegno civico, che implica un atteggiamento capace di superare l'esasperazione dell'individualismo in nome del raggiungimento del bene comune. I cittadini di una comunità civica partecipano alla vita pubblica e sono interessati ai problemi dell'intera collettività.
  2. eguaglianza politica, che si ottiene quando diritti e doveri sono distribuiti in maniera uguale tra i membri della comunità. I cittadini sono legati da relazioni di reciprocità e cooperazione, mentre i rapporti tra leadership politica e cittadini sono improntati alla responsabilità.
  3. solidarietà, fiducia e tolleranza, intesi come i sentimenti dominanti tra i cittadini. Una comunità di questo genere non è priva di conflitti, ma cerca di portarli a soluzione nel pieno rispetto di tutte le opinioni.
  4. associazioni, ovvero gruppi sorti intorno alla difesa o alla promozione di specifici interessi. La vita associativa, politica o semplicemente ricreativa, contribuisce a diffondere una cultura politica basata sulla negoziazione e la conciliazione degli interessi e promuove, in quanto anello di congiunzione tra centro e periferia, il decentramento del potere.

L'enfasi sulla comunità locale e l'integrazione civica è quanto mai attuale. La globalizzazione ha portato ad una progressiva erosione delle funzioni degli Stati nazionali, in ambito politico, economico e culturale a favore di una maggiore importanza dei contesti locali (regioni e città) i quali offrono sempre più "risorse di identificazione culturale e partecipazione politica, riconosciute dal principio di sussidarietà." [Bagnasco, 2003] E' in questo tessuto connettivale che trova spazio una delle caratteristiche "politiche" più interessanti della solidarietà organizzata, ovvero la capacità di recepire e anticipare i bisogni sociali. Non solo, attraverso la diffusione di un
sistema di valori condiviso e la valorizzazione delle reti solidaristiche, il volontariato organizzato può contribuire al superamento delle esigenze particolaristiche in nome del bene collettivo. Esso si qualifica, quindi, come soggetto in grado sia di rivitalizzare le politiche sociali sia di promuovere lo sviluppo di una piena integrazione civica e sociale.


Il ruolo giocato dalle associazioni a carattere pro-sociale all'interno della comunità civica rimanda alla seconda dimensione del volontariato, quella che abbiamo sintetizzato con le parole chiave identità/partecipazione. Inutile dire che i due aspetti indicati come possibili chiavi di lettura (servizio e identità/partecipazione) sono scindibili solo analiticamente e che la specificità del fenomeno risiede proprio nella continua tensione e interazione tra risposta a bisogni sociali e appartenenza associativa, tra mondo esterno e mondo
interno. L'agire volontario, del resto, si fonda sul dono e non sulla buona azione di tradizione filantropica, si basa cioè sulla reciprocità e sullo scambio, nasce in contesti relazionali e contribuisce a svilupparli.


Allo stesso modo, i motivi della partecipazione alle attività di volontariato sono ampi e complessi e, soprattutto, non sempre coincidono con il desiderio di "servire" gli altri. Motivazioni a carattere espressivo, relazionale o strumentale interagiscono e si sovrappongono alle opzioni solidali. In questa sede ci interessa fornire qualche spunto di riflessione sul ruolo giocato dall'esperienza associativa nei processi di individuazione e socializzazione. Il concetto di "capitale sociale" può essere usato per dar conto di queste dimensioni, in particolare se lo definiamo come "le risorse per l'azione che derivano dal tessuto di relazioni cooperative in cui una persona è inserita. I tessuti di relazione che costituiscono capitale sociale sono caratterizzati da una certa chiusura e continuità di rapporti: si tratta dunque di relazioni che implicano un riconoscimento reciproco degli attori, ovvero un atteggiamento non puramente strumentale nell'interazione. Così inteso il capitale sociale è un dato dell'organizzazione sociale, è il potenziale di interazione cooperativa che mette a disposizione delle persone" [Bagnasco, 2003].

Abbiamo già osservato come l'agire volontario generi capitale sociale nella comunità mobilitando risorse sia di tipo materiale (servizi) sia di tipo simbolico-sociale (reticoli fiduciari). Allo stesso tempo, proprio in virtù della natura dell'agire volontario, basato sulla reciprocità, il volontariato organizzato fa affidamento al capitale sociale per reperire nuove risorse umane (volontari) e materiali (accesso a finanziamenti). Anche i volontari sono, in questo contesto, soggetti attivi e passivi. La nostra società vive l'affermarsi di un paradigma post-moderno che valorizza la libertà individuale 8 a scapito dell'identità di gruppo e dei centri di riferimento sociale, propri della modernità. Nella definizione della realtà il cittadino post-moderno deve fare i conti con il disordine mondiale che ha soppiantato il rigido ordine dei blocchi contrapposti; con lo smantellamento delle reti di protezione del Welfare State a favore del primato del mercato;
con l'abolizione dei vincoli di reciprocità nelle relazioni interpersonali sempre più frammentarie ed estranee alla forza dei legami tradizionali.

La tensione tra le potenzialità di un'identità svincolata dai legami tradizionali e continuamente in fieri e il desiderio di una casa (domestica ed addomesticata) che offra le strutture di plausibilità del proprio frammento di mondo prende la forma di identità ipotizzate continuamente ricostruite e negoziate [Bauman, 1999]. Dean MacCannell, a proposito del processo di costruzione simbolica che accompagna l'uomo post- moderno in questa ricerca di senso che possa liberarlo da una perpetua e disorientante condizione di incertezza, afferma: "Il problema centrale della post- modernità sarà quello di creare surrogati di comunità, di generare, o perlomeno fabbricare, un senso della comunità. (...)

La complessità di questa impresa di ingegneria sociale, cioè la costruzione di una credibile rappresentazione simbolica di comunità dove non esiste comunità, non dovrebbe essere sottovalutata, né dovrebbe essere sottovalutato il percorso di tale impresa." Possiamo adottare questa prospettiva per "leggere" il mondo della solidarietà: dal punto di vista degli individui che vi prendono parte il volontariato organizzato può essere visto come uno dei tentativi postmoderno di affermare la propria identità e, al tempo stesso, di ricreare legami
ritualmente fondati capaci di arginare l'incertezza generata da una rete di relazioni sociali sempre più contingenti e discontinue.