Primario nodo stradale, e perciò luogo di passaggio quasi obbligato, Rimini dovette sopportare a più

Il dominio bizantino e l'Alto Medioevo

Primario nodo stradale, e perciò luogo di passaggio quasi obbligato, Rimini dovette sopportare a più riprese l'urto delle invasioni barbariche. Nei primi anni del  400 vi si accampò il visigoto Alarico, colui che mise a sacco Roma. Dopo la caduta dell'Impero d'Occidente (476 d.C.)  la città e il territorio godettero di un periodo di relativa tranquillità  durante il regno di Teodorico che nel 493 aveva conquistato Ravenna salpando proprio dal porto di Rimini.

Alla morte di Teodorico, Giustiniano, ritenuti maturi i tempi per la riunificazione dell'impero, inviò a sottomettere  l'Italia il più capace dei suoi generali, Belisario, cui si oppose il goto Vitige. Fu l'inizio della terribile guerra goto-bizantina, lunga quasi vent'anni (dal 535 al 553) e combattuta nel più totale disprezzo delle popolazioni che uscirono dal conflitto decimate e prostrate. Nel 538 Giovanni, ufficiale di Belisario, strappò Rimini ai Goti. Vitige la cinse d'assedio: della città oramai allo stremo giunse in soccorso Narsete che la liberò dalla stretta nemica.

Era l'anno 539. Battaglie, assedi e saccheggi, perpetrati nel tempo,  avevano  innescato la spaventosa carestia che fece centinaia di migliaia di vittime, imbarbarendo i superstiti che, travolti da un senso di precarietà, cercavano di salvare i loro beni  nascondendoli come piccoli tesori: è il caso del "tesoretto di piazza Cavour" ritrovato negli anni '60 del secolo scorso, con cucchiai d'argento e oggetti per l'abbigliamento e la cura della persona. 

Procopio di Cesarea, autore di una cronaca vigorosa e impietosa, narra un episodio inquietante: due donne di un villaggio presso Rimini, proprietarie di una locanda, avrebbero ammazzato nel sonno, macellato e divorato diciassette malcapitati viandanti, per essere passate a fil di spada dal diciottesimo.

La guerra fra i Goti e i Bizantini si trascinò con alterne fortune. Nel 552 Rimini fu teatro di un memorabile episodio: il goto Usdrila, che occupava la città, non esitò a far smantellare l'ultima arcata del ponte di Tiberio per fermare l'esercitodel generale bizantino Narsete  diretto a  Roma.  La riaffermata dominazione  bizantina diede  un nuovo assetto politico-amministrativo al territorio. Rimini entrò a far parte - con Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona - della "pentapoli marittima" e, dal 591, fu retta da un duca. Due toponimi conservano il ricordo di questo periodo: "via Ducale" e "Castellaccia", rione così chiamato in ricordo del turrito palazzo del duca.

I bizantini, nonostante le ripetute scorrerie dei Longobardi, mantennero il controllo di queste terre fino all'VIII secolo, quando, intervenuto su richiesta del papa, il re franco Pipino donò, nel 756, le terre conquistate alla Chiesa.

Il titolo di duca, che venne a designare i governatori papali, nella seconda metà del X secolo, in conseguenza della riforma amministrativa di Carlo Magno, fu sostituito da quello di conte o comes ariminensium (o ariminensis), affiancato da altri magistrati tra cui il pater civitatis, carica che diede il nome alla nobile famiglia dei Parcitadi.

Rimini, pur lacerata da guerre e invasioni, si affaccia all'anno Mille riflettendo una marcata continuità con la tradizione romana, persistente nell'impianto urbano. Anche nei secoli in cui le vicende storiche ridussero  la popolazione, il centro cittadino non restrinse il suo perimetro e mantenne un ruolo attivo, alimentato dai rapporti commerciali e dai prodotti del territorio.

Il raccordo fra città e campagna si realizzò nei borghi suburbani che crebbero intorno ai due monasteri benedettini intitolati a San Gaudenzio e ai Santi Pietro e Paolo, sorti rispettivamente lungo la via Flaminia e la via Emilia, alle soglie dell'abitato e di cui si hanno notizie dal IX secolo.

Negli isolati cittadini si dilatarono gli spazi occupati dagli orti e prevalsero abitazioni povere: le registrazioni del Codice Bavaro, suffragate dagli scavi archeologici,  documentano  case di legno, paglia e fango.

All'approdo di origine romana, posto al termine dell'antico cardo,  si aggiunse, intorno al Mille, il porto sulla foce del  Marecchia che aveva deviato il suo corso piegando a Nord: il mare, quale via di commerci e di azioni militari collegate all'attività del porto, concorse a mantenere vitale la città, favorendone la ripresa nel nuovo millennio.