Le prime notizie sui rapporti fra Rimini e I Malatesta, appartenenti alla nobiltà rurale originaria

I Malatesta

Le prime notizie sui rapporti fra Rimini e I Malatesta, appartenenti alla nobiltà rurale originaria di Pennabilli, si collocano sul finire del XII secolo. La famiglia si stabilì  in città  nel 1216, allorché il Comune - in cambio del sostegno in caso di guerra - accordò a Giovanni, signore di Verucchio, e a suo nipote Malatesta, la cittadinanza riminese, regalando loro cento lire ravennati per l'acquisto di case, forse il primo nucleo della futura rocca.

Malatesta da Verucchio, il dantesco "mastin vecchio", inserendosi abilmente nelle lotte di parte e assicurandosi il controllo della podesteria, sbaragliò i rivali e pose le basi della signoria malatestiana: ghibellino per tradizione familiare, nel 1248 passò al campo avverso venendo ad occupare una posizione predominante grazie all'appoggio della Chiesa e ad un'accorta politica matrimoniale. Nello stesso anno piombò su Rimini, fece prigioniero il podestà e insediò al potere il partito guelfo. Ai ripetuti tentativi di ribellione dei ghibellini, capeggiati dalla famiglia dei Parcitadi, Malatesta rispose esiliandone i capi. Nel 1295 tentò un colpo di mano cui seguirono violenti tumulti; all'indomani della solenne riconciliazione fra le opposte fazioni, Malatesta assalì di notte le case dei capi ghibellini che, sorpresi nel sonno, non poterono opporre resistenza. Parecchi morirono, mentre molti altri furono  fatti prigionieri.

Così ebbe inizio la signoria dei Malatesta. Il "Mastin vecchio" morirà centenario nel 1312. Sposatosi tre volte, generò otto figli. Concordia, la seconda moglie, gli diede tre maschi: Malatestino (detto "dall'Occhio" perché guercio), Giovanni (detto "lo Sciancato"), marito di Francesca da Polenta, e Paolo (detto "il Bello"): questi ultimi sono celebri per essere gli attori della tragedia familiare immortalata da Dante.  Soltanto ai loro discendenti,  Pandolfo Galeotto e Malatesta (soprannominato, per l'occasione, "Guastafamiglia"), che ressero Rimini dal 1334, il potere già esercitato di fatto, fu legittimato da un atto formale, emesso dal Consiglio generale che concedette il "dominio" e la "defensoria" a vita della città, trasmissibili ai discendenti.