LE ANTICHE OSTERIE La "vocazione" ad ospitare dei riminesi precede - e di parecchio - la nascita

Osterie e caffè

LE ANTICHE OSTERIE

La "vocazione" ad ospitare dei riminesi precede - e di parecchio - la nascita del turismo balneare. Luogo di transito fra i più battuti della penisola, da cui si irradiano le tre strade più calpestate dell'antichità (la Flaminia, l'Emilia e la Popilia),punto di passaggio pressochè obbligato per chiunque, da Nord, doveva portarsi a Roma (o da Roma raggiungere, via terra, qualunque Paese europeo), Rimini si dota precocemente di una fitta rete di osterie, locande e stazioni di posta.
Il santarcangiolese Giacomo Antonio Pedroni, canonico della Cattedrale di Santa Colomba, cronista minuzioso e curioso degli avvenimenti importanti e dei fatti spiccioli di Rimini agli inizi del Seicento, ci consente di farci un quadro completo della "ricettività" riminese nei primi decenni del XVII secolo.
Le antenate degli alberghi e delle pensioni di oggi erano le osterie. Il loro numero era molto alto: diciamo tre le venti e le trenta (intorno al 1605 se ne contavano ventitrè). Prendevano nome, di norma, dalle insegne quasi araldiche che esponevano: un angelo, un leone, un'aquila, una corona, due spade; quelle anonime, più rare, si intitolavano - come le pensioncine degli anni Cinquanta - al cognome o soprannome del proprietario. Offrivano vitto e alloggio ed erano di differente "categoria": le più accoglienti ospitavano i personaggi di riguardo; le più scalcinate i pellegrini e la soldataglia. La più blasonata era certamente l'osteria della Rota, in piazza della Fontana (oggi Cavour), gestita da tale Senso Volta: qui sostavano, quando non erano ospitati dalla nobiltà locale, i viaggiatori d'alto bordo. Nella stessa piazza si ritrovavano l'osteria del Lion d'Oro e, naturalmente, l'osteria della Fontana, condotta dalla famiglia Massi.
Due, più modeste, erano ubicate nell'odierna piazza Malatesta, nei pressi della vecchia Cattedrale: quella di "Grillino" e quella di Federico Federici. In piazza Sant'Antonio (oggi Tre Martiri) erano aperte tre osterie di medio livello: l'osteria di San Giorgio, l'osteria dell'Angelo e l'osteria delle Due Spade. Due, più a buon mercato, si trovavano nella contrada dei magnani (cioè dei calderai: l'odierna via Garibaldi): l'osteria delle Due Spade, omonima della precedente, e l'osteria Venezia.
In borgo San Bartolo, fuori delle mura (oggi via XX Settembre), si affacciavano tre osterie: l'osteria del Cavalletto, della Corona e della Regina; non lontano, accanto alla stazione di posta, lavoravano l'osteria (va da sè) della Posta e quella dell'Aquila. Le une e le altre alloggiavano chi non aveva tempo, denaro e talora le carte in regola per entrare in città.
Le osterie più economiche erano situate nei pressi del porto. Sul porto, ad accogliere i frastornati viaggiatori in barca (gente perlopiù di modesta condizione), c'erano l'osteria Al Lioncino, gestita da un certo "Bedino", e l'osteria dell'Angelo, di Domenico Del Dito. Nel borgo di San Giuliano le osterie erano tre, tutte mediocri: quella di Francesco detto "Cachino", quella di Simone e l'osteria di San Giorgio. In uno dei luoghi più malfamati della città, la porta di Marina, frequentata nottetempo da prostitute, ladruncoli e vagabondi (e sbirri), si acquattava la cantinaccia di "Mamalucco".
Nelle osterie si pernottava e si mangiava. Cosa, non lo sappiamo. Si può immaginare che tra le migliori e le peggiori il menù variasse parecchio. I piatti saranno stati, in generale, pochi e semplici. Un'osteria di San Giovanni in Marignano serviva, nel 1544, una "menestra de tagliategli".
Nelle osterie si moriva. Pedroni compila lunghi elenchi di forestieri morti nelle osterie riminesi: viandanti ammalati, soldati feriti e soprattutto pellegrini sfiancati. Numerosissimi sono quelli che spiravano mentre andavano o tornavano dal santuario di Loreto. Agli ospedali si preferivano senz'altro le osterie. Anche allora - come si vede - si diffidava delle strutture sanitarie. Gli osti accoglievano senza nessuna difficoltà i passeggeri ammalati, anche gravemente: per carità cristiana e perchè, in caso di morte, "ereditavano" tutto quello che la buonanima aveva indosso.

LE PRIME BOTTEGHE DEL CAFFE'

ll 6 maggio 1835 il commerciante e maestro di canto Filippo Giangi - autore col padre Nicola di una voluminosa, minuziosa e pettegola cronaca che copre gli anni 1782-1846 - accenna en passant a un furto ai danni di una bottega del caffè: furto che ai "soliti ignoti" frutta la miseria di 45 baiocchi, pari al prezzo di trenta tazzine. Il cronista ci informa, nell'occasione, che il caffè svaligiato "è il duodecimo ch'esiste in questa città, con altri quattro ne' sobborghi".
Quindici anni prima, nel settembre del 1820, i caffè erano sette in tutto, e cinque erano dotati di bigliardo. Nella prima metà dell'Ottocento, in effetti, si aprono a Rimini numerose botteghe del caffè. Se i plebei continuano ad affollare le osterie e se gli aristocratici amano riunirsi nei circoli privati e nei salotti, la borghesia e la piccola nobiltà decretano la fortuna dei caffè. Dove si può consumare, oltre al popolare infuso, liquorini e cordiali, cioccolata in tazza, dolciumi, gelati, "pasticci". E dove ci si intrattiene in interminabili conversazioni e - autorità permettendo (o chiudendo un occhio) - in giochi d'azzardo e in partite a biliardo.
Il prezzo del caffè, salvo temporanei aumenti dovuti al rincaro dello zucchero, si mantiene stabilmente mite: un baiocco e mezzo. Due baiocchi quando lo zucchero si fa salato.
La più vecchia bottega del caffè di Rimini è, per quanto ne sappiamo, il Caffè della Fontana, nella piazza omonima (oggi Cavour). Se ne hanno notizie a partire dal 1784, quand'è citato anche come Caffè di Bologna, verosimilmente dal cognome del gestore. Serve caffè, cioccolata, sorbetti, bibite e ciambelle. Sua specialità è il "vino di Cipro", ottenuto da uva lasciata infradiciare e invecchiato in bottiglia, al buio, per almeno tre anni. Di questo singolare vino, dal caratteristico "odore, o puzzore che dir vogliamo" di teriaca, parla Giovanni Antonio Battarra nella Pratica agraria (1778).
Nicola Giangi fa menzione della bottega il 15 dicembre 1810: "In questa sera si è incominciato a giocare nel caffè in piazza della Fontana, addobbato magnificamente, la rolina, ma pochi giocatori si vedono". La rolina è il più diffuso (e meno innocuo) gioco d'azzardo del primo Ottocento. La bisca non durerà a lungo: il 27 gennaio 1811 il viceprefetto la proibirà. Lo stesso Giangi precisa che il locale è ubicato "sotto la casa del signor Pietro del fu Francesco Galli Angelini". Il Caffè della Fontana è gestito, al tempo, da una donna, Teresa Cresti, che rifocilla i propri clienti, al mattino, con un fumante "tondino di zuppa in brodo". La Cresti morirà sul lavoro il 25 settembre 1812, vittima di un colpo apoplettico.
La "ben finita bottega" del caffè di piazza della Fontana è in seguito condotta da Antonio Contini, che nel settembre del 1820 la dota di "vari camerini attigui alla suddetta bottega, con un bigliardo molto decente ed ammobigliato con vero lusso e pulizia". I "camerini" saranno stati salette da gioco. "Anche per la situazione", ossia per l'ubicuzione, il locale - aggiunge Filippo Giangi - è "il più frequentato" dei sette che, come abbiamo accennato, sono aperti a Rimini negli anni Venti. Del Contini il Giangi ricorda i piatti che fornisce alle cene di carnevale: "pasticci, crostini e paste, ed inoltre [...] carnami, pane e vino". D'estate si servono limonate e gelati: questi ultimi confezionati con la neve pressata delle "ghiacciaie" (o "conserve") di piazza Malatesta.
Nel luglio del 1828 Antonio Contini è arrestato e la sua bottega viene chiusa, presumibilmente perchè vi si gioca d'azzardo. Nel marzo del 1832 il Contini lascia il Caffè della Fontana per il Caffè dei Nobili. Morirà meno di un anno dopo, nel febbraio del 1833.
L'altro locale degno di memoria è per l'appunto il cosiddetto Caffè dei Nobili, che ha sede nel palazzo Sotta, sulla via Maestra (l'attuale corso d'Augusto), a metà strada fra le odierne piazze Cavour e Tre Martiri (chiamate allora della Fontana e di Sant'Antonio). Dov'è ora la Standa, per capirci.
La prima notizia sul Caffè dei Nobili è del 4 giugno 1786. "Questa mattina" annota Nicola Giangi "fu aperta la bottega del caffè sotto la casa di Giorgio Ravaglia, dove prima vi era il macello" (o "pelatojo"), che nel 1784, per motivi igienici, era stato trasferito nel rione Clodio, sul luogo dell'antica salara. Casa Ravaglia, confinante con palazzo Sotta, non doveva essere una reggia, se nell'aprile del 1808 il podestà e la "commissione d'ornato", preposta al decoro degli edifici, ne imporranno il restauro.
Nel dicembre del 1803 rileva la gestione del Caffè dei Nobili, che frattanto si era spostato a palazzo Sotta, il bolognese Antonio Cervellati. Nel dicembre del 1809 al Cervellati subentra Pietro Previtali, che lo riammoderna e lo dota di un bigliardo nuovo di zecca. In seguito sarà condotto da Giovanni Lombardi e dalla moglie Luigia Martini. Il 13 dicembre 1823, quando l'ottantenne caffettiera Martini passa a miglior vita (il marito era morto qualche mese prima), Filippo Giangi dedica alla coppia un affettuoso epitaffio: "Meritano di farne menzione per la loro delicatezza nel lavoro di paste, confetture, torroni, rosoli ed altre particolari galanterie, [...] e così pure per la loro straordinaria onestà nelle vendite".
Nel novembre del 1830 comincia a gestirlo il modenese Lorenzo Bertacchi, che il Giangi definisce "linguacciuto e temerario". Nel marzo del 1832, dopo che aveva preso a bastonate il cancelliere del tribunale, "uomo pacifico e podagroso", il Bertacchi cede il locale ad Antonio Contini, già gestore - ricordavamo - del Caffè della Fontana, che lo rimette a nuovo. Nel novembre dello stesso anno la polizia pontificia ne ordina la chiusura perchè lo bazzicano troppi giovanotti in tenuta sovversiva ("sarghetto di velluto con bonnetto in testa"). Ma sul ruolo dei caffè riminesi nelle battaglie - o scaramucce - risorgimentali, torneremo un po' più in là.
Per le altre botteghe del caffè basterà una sbrigativa citazione. Nel dicembre del 1804 Girolamo Galeotti, originario di Senigallia, apre il Caffè Nuovo "nella fu chiesa di Santa Maria in Acumine", abbattuta nel 1802 per far posto all'abitazione di Claudio Lettimi. Forse per la concorrenza dell'antistante Caffè dei Nobili, il locale chiuderà i battenti nel maggio del 1805.
Nel 1835 è in attività un caffè situato nei pressi della "posta dei cavalli e locanda di Zangolini"; lo gestisce "un bravo giovane bolognese per nome Giacomo Minozzi", genero del defunto Contini. Sempre sulla via Maestra, in casa Pallotta, si apre nel 1837 una bottega del caffè gestita da Giuseppe Bertacchi, figlio dell'intemperante Lorenzo.
La Caffetteria e Pasticceria di Francesco Cervellati, in piazza Sant'Antonio, "sotto alla casa Zandri", va famosa - quanto e più del Caffè della Fontana - per le leccornie che prepara per carnevale. I piatti carnevaleschi canonici sono i "pasticci", termine generico col quale si designavano sia i patè e le terrine di carne, sia le torte salate, sia, soprattutto, i timballi avvolti in pastafrolla. Il pasticcio di maccheroni, in particolare, è il "piatto favorito degli artisti e della maggior parte del secondo ceto". I "pasticci" sono consumati a teatro, nei palchi, durante le feste e negli intervalli degli spettacoli. Nel febbraio del 1837 la Caffetteria Cervellati userà per i "pasticci" 236 libbre di fior di farina, pari ad 80 chili.

I COSPIRATORI DA CAFFE'

Se nella Rimini papalina i caffè sono guardati con diffidenza e sono tutt'altro che infrequenti gli interventi repressivi contro il gioco d'azzardo o per far rispettare i bandi vescovili "sopra l'osservanza delle feste", o quelli che proibiscono alle donne di trattenersi nei locali pubblici, tanto più occhiuta e severa diventa la vigilanza nei periodi politicamente turbolenti. Non senza ragione, perchè i caffè - a cominciare da quello dei Nobili - sono frequentati prevalentemente da borghesi, per di più giovani, che non fanno mistero delle loro idee liberali e che ostentano capigliature, barbe e "divise" da cospiratori: come l'attillato "sarghetto di velluto", appunto, il "bonnetto" (dal francese bonnet), cilindro a tese rialzate, nonchè "certi anelloni d'oro e d'argento composti di varie file intrecciate chiamati Nodi gordiani", trasparente simbolo dell'unità nazionale. Che poi siano davvero pericolosi, non oseremmo giurare; di certo sono malvisti.
Nel febbraio del 1831, a Rimini come un po' in tutta l'Emilia-Romagna, la popolazione si solleva e instaura dei governi provvisori. Che un mese dopo cadranno uno ad uno, dopo una resistenza più o meno efficace e convinta, spazzati via dall'esercito austriaco. Il 25 marzo, dopo la cosiddetta "battaglia delle Celle", Rimini sarà riconsegnata al papa. Per la città si preparerà un triennio di misure repressive, prepotenze militari e poliziesche, arresti quotidiani, perquisizioni e censure.
Il 12 giugno del '31 - racconta Filippo Giangi - "comparve al Caffè della Fontana una donnetta sola con una chitarra francese [...] e si mise a cantare una canzonetta tutta di sentimenti liberali, piena di frasi eccitanti alla gloria, libertà, unione d'Italia [...]. A questo canto mal eseguito, s'unì molta gente, [...] che alla fine fece echeggiar l'aria d'evviva". La cantante "fu condotta subito agli altri caffè e nei luoghi di riunione" e infine a cena in un'osteria, "ove furono consumate in canti d'allegria varie altre ore". "Terminato il canto ai caffè verso un'ora e mezza di notte," prosegue il Giangi "dieci o dodici borghesi di San Bartolomeo, del basso ceto, vennero in città cantando le solite canzoni liberali: Ca ira, Carmagnola, Chi per la patria more". Il giorno dopo la donna sarà espulsa.
Il 17 dicembre dello stesso anno, poichè numerosi giovani si erano riuniti nel caffè di Francesco Cervellati, in piazza Sant'Antonio, "per solo sospetto, [...] molti carabinieri circondarono il suddetto caffè e vari, entrati, visitarono improvvisamente quella gioventù, che restò sorpresa della mal opinione. Uno o due, avendo risposto con ragione, furono arrestati".
Un anno dopo, il 29 novembre 1832, nel Caffè dei Nobili, "da poco ristaurato e riaperto con lusso dal caffettiere della piazza della Fontana, Antonio Contini", irrompe il "Direttore di polizia", il forlivese Becci, scortato da dodici carabinieri. Destinatari dell'intervento sono alcuni "giovanotti di buon umore moderno", ossia in odore di liberalismo, quantunque costoro non "dessero nè fastidio, nè indizio alcuno d'insubordinazione". Il locale è fatto sgomberare e chiuso per qualche giorno.

I CAFFE' DEL MARE

Domenica 30 luglio 1843, con l'inaugurazione dello "Stabilimento privilegiato dei Bagni di mare", nasce ufficialmente l'industria balneare riminese. Di caffè - e ristoranti - aggregati al primo Stabilimento Bagni (il "piccolo", come lo chiama Ruggero Ugolini) non si ha notizia, nè si sa alcunchè su altri caffè aperti in prossimità della marina. Per altro - come ha osservato giustamente Manlio Masini - "E' difficile fare la storia dei ristoranti e delle trattorie, degli alberghi e delle pensioni [...]. E' arduo rintracciare circoli, caffè, pasticcerie, locande, chioschi, bazar, perchè alcuni di questi esercizi hanno avuto vita breve; le loro tracce le troviamo tra le righe delle cronache dei giornali di quell'epoca, nelle inserzioni pubblicitarie, in sbiadite immagini fotografiche, nelle cartoline illustrate".
Nell'immaginaria lettera di un milanese a un suo concittadino, pubblicata sul primo numero del "Corriere dei Bagni" (24 luglio 1872), vengono bensì citate "l'elegante Birraria Contessi, lungo il Corso d'Augusto", che serve anche "birra forestiera", e la pasticceria Galvani, "dove la vostra gola troverà da cavarsi tutte le voglie", ma sui caffè non si spende una sola parola.
Il secondo Stabilimento Bagni - il Kursaal -, inaugurato ufficialmente il 29 giugno del 1873, ospita, oltre al ristorante, due caffè: uno all'interno dell'edificio, a pianterreno, e l'altro sulla piattaforma marina. Il primo gestore (lo Stabilimento è di proprietà comunale) è Ottavio Angiolini; nel 1875 gli subentrerà Ettore Lucchi.
Il Capitolato d'appalto del ristorante e caffè dello Stabilimento Balneario (1884) ci fornisce interessanti informazioni sul servizio, la lista delle consumazioni, i prezzi. Dettagliato fino alla pedanteria, il Capitolato stabilisce norme minuziose e imperative sul numero degli inservienti, sull'abbigliamento e il comportamento dei camerieri, sulle scorte e sulle attrezzature: all'assegnatario è fatto obbligo di fornire i caffè di "un copioso assortimento di bibite, liquori, birra, gazzose, gelati comuni, pezzi duri e alla Napoletana, ghiaccio, paste, dolci, confetture, zigari, ecc."; "speciale e tassativa" è poi la disposizione di installare "una o più macchine refrigeranti per la birra". Una tazza di caffè costa 25 centesimi (circa 1000 lire d'oggi), e altrettanto un gelato, una granita, un marsala, un bitter, un alchermes e un Cognac francese; la gazzosa è leggermente più cara (30 centesimi) e decisamente costosa, in rapporto, è la birra austriaca: 1 lira e 20 centesimi, pari a 4800 lire odierne. Tra le "specialità di Rimini" la Distinta dei prezzi elenca un improbabile "Elixir Francesca da Rimini" e lo stimolante "Sciroppo di Coca", estratto dalle foglie della pianta sudamericana.
Assiduo del caffè della piattaforma è, durante le vacanze estive, il giovane Alfredo Panzini. In un'inedita raccolta di versi composta tra il 1880 e il 1881 (aveva diciott'anni ed era convittore del Liceo Foscarini di Venezia), così descrive la sua giornata-tipo: uscita di casa a mezzogiorno suonato, con un indosso un vestito "fra lo strano e l'elegante"; al rituale "bagno nell'onda olezzante" si accompagna una lunga sosta sulla piattaforma, a sorseggiare "un bicchierin di verdeggiante / assenzio che m'allegra tutto il giorno" e "un Virginia a fumare in santa pace". L'assenzio, il liquore dei bohèmiens, costa 20 centesimi.
La "Capanna Svizzera" - un edificio in legno adiacente al Kursaal dove dal 1873 funzionava una megatrattoria di 600 metri quadrati, antenata delle nostre pizzerie - ospita negli anni Novanta il Cafè-Chantant. Vi si esibiscono canzonettiste, ballerine, "sciantose", fini dicitori e "macchiettisti": con crescente successo - se dobbiamo credere ai fogli del tempo -, anche per la cronica penuria di occasioni di divertimento. L'affollamento del locale, che si è ribattezzato Caffè Chalet Svizzero, scatena le proteste dei benpensanti. "La gioventù incauta" tuona nel 1897 il giornale cattolico L'Ausa "trova quivi il modo di lusingare i suoi bassi appetiti, si rende effeminata e vieppiù devia dall'austerità della vita cristiana". Il risultato della campagna di stampa è, nel 1903, la chiusura del Cafè-Chantant.
Molto più in là, nell'estate del 1927, sorgerà alle spalle dell'Idroterapico (che verrà poi demolito) il locale alla moda del periodo tra le due guerre: il Caffè Pasticceria Zanarini, dependance estiva della rinomata pasticceria bolognese. Si darà qui appuntamento, alle sei del pomeriggio, la "gioventù dorata" in vacanza a Rimini, per ascoltare la musica, fare pettegolezzi e ammirare "lo sfilare della vanità femminile internazionale", aspettando che si faccia l'ora della cena.

I CAFFE' DEL NOVECENTO

Qualche parola, infine, su alcuni caffè novecenteschi del centro storico. Merita certamente una menzione il Caffè Pasticceria del Commercio, situato nel tratto di corso d'Augusto antistante piazza Cavour. Lo apre nel 1913 Nino Costa, che lo reclamizza come "locale serio per famiglie". L'impronta perbenistica e rassicurante o non è veritiera o non è pagante. Fatto sta che nel 1914 il locale adotta la modernizzante insegna di Caffè Commercio e American Bar. Nella Saletta Rossa del caffè, del resto, si riunisce in questo periodo il gruppo dei "Dinamisti", propaggine riminese del movimento futurista. Luigi Pasquini, che del cenacolo ha fatto parte, lo rievoca nel romanzo autobiografico La professoressa: "La gente dice che questa è la sede del Dinamismo, un partito nuovo [...] la cui parola d'ordine è "zoca e manèra", ceppo e mannaia, un motto tratto da una poesia libertaria di Giovanni Pascoli, scritta quand'era studente a Rimini [...]. Ogni tanto il commissario Protani fa l'ispezione. Nessuno, che non sia del gruppo, ha diritto d'entrare nella saletta. [...] I congiurati portano con sè, oltre alle carte e ai libri, il caffè in grani, il macinino, il fornello a spirito e lo zucchero. Al Biondo, cameriere anarchico, portare il resto: chicchere, cucchiaini e acqua. Avvengono discussioni interminabili sulla poesia, sulla musica, sulla pittura".
Negli anni Venti nascono numerosi caffè (o bar, come è invalso ormai l'uso di chiamarli): il Bar Italia e il Bar Centrale e Pasticceria di Ernesto Dovesi (che vanta un "salottino riservato per studenti") in piazza Giulio Cesare, il Bar Gambrinus di Riccardo Pari in via Garibaldi, il Bar dell'Aurora in via Gambalunga, il Bar Dante nella via omonima. Nel dicembre del 1925, in corso d'Augusto, il bolognese Dante Giovannini apre la Bottega del Caffè nel 1927 ha inizio l'attività di torrefazione.