Nel 1961, in piazza Cavour, là dove ora biancheggia la Banca dell'Agricoltura, fu rinvenuto un "teso

I cucchiai bizantini

Nel 1961, in piazza Cavour, là dove ora biancheggia la Banca dell'Agricoltura, fu rinvenuto un "tesoretto" d'età bizantina, il cui nucleo più significativo è costituito dalla bellezza di sei cucchiai in lega d'argento. I Bizantini strapparono Rimini ai Goti nel 538; la persero nel 549; la riconquistarono definitivamente nel 552 e ne fecero il capoluogo di quel territorio che, comprendendo cinque città di mare, fu chiamato "pentapoli".

Molto simili tra loro, i cucchiai hanno tutti un manico sottile e appuntito (verosimilmente innestato in un'impugnatura di legno) e una paletta ovale stretta e allungata, per bocche schizzinose. Un recente restauro ci consente di ammirare la raffinata eleganza di queste posate, sagomate a conchiglia o a piuma, traforate e cesellate. Posate del genere scandalizzeranno, quattro secoli dopo, Pier Damiani, che avendo conosciuto a Venezia Teodora Ducas, moglie del doge Domenico Silvio, noterà inorridito il dissoluto costume della principessa bizantina di non mangiare con le mani, come tutta la gente per bene, ma di servirsi di "certe forchettine d'oro a due e a tre denti".

La raffinatezza dei Bizantini, del resto, è proverbiale. Anche se nessun documento lo comprova, le autorità e i funzionari di Giustiniano si saranno trattati, a Rimini, non meno bene che in patria. Avranno consumato, come a Bisanzio, un'abbondante colazione al mattino, il pasto principale a mezzogiorno e una sostanziosa cena alla sera. Il pranzo si sarà composto, di norma, di un antipasto, di un arrosto e di un dolce, inframmezzati da verdure e bocconcini vari e inaffiati da vino resinato o addolcito col miele. Le pietanze saranno state letteralmente imbottite di spezie (pepe, cannella, cumino, coriandolo, aloe, nardo), per le quali i Bizantini stravedevano e del cui commercio detenevano il monopolio.

Tracce della lingua di Bisanzio sopravvivono, oltre che nella toponomastica, nel lessico alimentare riminese. A dispetto delle apparenze, ha a che vedere con la Grecia bizantina, e non con il Portogallo, la denominazione dialettale dell'arancia, "partugàla", che discende da partos kalos (letteralmente "frutto bello"). E' inoltre prevalente, seppure non plebiscitaria, l'opinione che la parola "piada" derivi dal greco plakous ("focaccia"). Il "testo" su cui la si cuoce discende invece dal latino testa ("coccio"): e infatti i "testi" degni del nome sono tuttora di terracotta refrattaria.