Se l'industria balneare riminese lanciò i suoi primi vagiti nel 1843, con l'inaugurazione del primo

Bagni e cucina

Se l'industria balneare riminese lanciò i suoi primi vagiti nel 1843, con l'inaugurazione del primo Stabilimento Bagni (la denominazione esatta era "Stabilimento Privilegiato dei Bagni di mare di Rimini"), le origini della ristorazione balneare saranno, oltre che modeste, di un trentennio più recenti.

Va detto, innanzi tutto, che per l'intero secolo XIX il ruolo della ristorazione pubblica a Rimini fu decisamente marginale. Per i ricchi e titolati proprietari dei "villini", che ai bagni si recavano con cuochi e servitori al seguito, i piatti che servivano le trattorie alla buona, condotte da gestori di estrazione generalmente umile, non erano, comprensibilmente, gran che attraenti.

Sul primo numero del "Corriere dei Bagni" (24 luglio 1872) si legge la lettera immaginaria di un milanese a un suo concittadino in cui si citano "Maso, Nando e Cabianca", i cui nomi "suonano illustri del pari nella repubblica gastronomica". "Venite, venite pure a Rimini," esorta il sedicente milanese "chè qui risotto e trippa sono tenuti in grandissimo onore". Pilade Cabianca era il proprietario del rinomato albergo Aquila d'Oro, in corso d'Augusto; Maso e Nando - considerate anche le "specialità segnalate" - saranno stati gestori di due modeste trattorie del centro.

Negli annunci pubblicitari "ottima cucina" fa coppia fissa con "prezzi modici", mentre l'accenno ai "vini scelti" e al "servizio inappuntabile" è facoltativo. Il richiamo più comune è quello di una generica "cucina bolognese", sinonimo di cucina saporita e abbondante.

La marina, dove non erano ancora sorti alberghi, era altrettanto spoglia di caffè e ristoranti. Nel 1867 un'"antica" trattoria al Battello garantiva "esattezza e pulizia di servizio, vino scielto [sic] ed ottime vivande". Intorno al 1870, in una baracca di legno sulla spiaggia, aveva aperto i battenti il ristorante Daino.

Di ristoranti o caffè-ristoranti aggregati al primo Stabilimento Bagni non si hanno notizie. Un "grande esercizio ristorante", funzionante fin dall'estate del 1872, vantava invece il secondo Stabilimento Bagni, il famoso Kursaal. Al locale era riservata una sala a pianterreno, a sinistra dell'atrio, di 180 metri quadrati. Dalla lista delle vivande, per altro ampia e varia, era del tutto assente, stranamente, il pesce. I vini, bianchi e rossi, indigeni e forestieri, erano sfusi e in bottiglia. I prezzi che il ristorante praticava erano ragionevolissimi. L'antipasto più caro (la "galantina con gelatina") costava 70 centesimi (3.000 lire d'oggi); una porzione di autentico caviale era offerta al prezzo stracciato di 60 centesimi (2.500 lire). Si pagava 60 centesimi anche la minestra più dispendiosa (le bolognesi tagliatelle al prosciutto). Le cotolette ai tartufi costavano una lira (circa 5.000 lire). Un po' più cari erano i dolci: per un'"omelette soufflee" alla vaniglia era richiesta una lira e mezza (più di 7.000 lire). Per i "menù turistici", poi, si spendeva una miseria: un "pranzo di zuppa, cinque piatti di cucina, frutta, formaggio, pane e mezzo litro di vino" costava 4 lire e mezza, corrispondenti a 25.000 lire odierne. Il prezzo del vino, in rapporto a quello dei piatti, era piuttosto salato, e proibitivi erano i migliori vini d'Oltralpe. Una bottiglia di Chateau Lafitte toccava la cifra vertiginosa di 10 lire (50.000 delle nostre).

Chi voleva risparmiare ulteriormente poteva pranzare nell'adiacente Capanna Svizzera, un edificio di legno dove funzionava dal 1873 una megatrattoria di 600 metri quadrati. Del livello gastronomico del locale - assimilabile, per il numero dei coperti e i prezzi contenuti, alle nostre pizzerie - sappiamo ben poco, e niente delle sue specialità (se non che serviva un "presciutto squisito"). Il settimanale "Il Nettuno" la definisce "una trattoria al massimo buon mercato, con un servizio decentissimamente condotto". Per far quadrare i conti, purtroppo, si risparmiava sulle insegne (l'ingresso era quasi invisibile) e sull'illuminazione a gas: "Alla Capanna Svizzera si mangia bene e si beve meglio," deplora il periodico "ma non ci si vede niente", tanto che sembra di stare "nella capanna di Betlemme".

Un'alternativa era il vecchio ristorante Daino (ribattezzato Margherita in onore della regina), "in amena posizione sul lido". La cucina era naturalmente "squisita" e i vini "eccellenti". Dell'"inappuntabilità del servizio" si faceva personalmente garante l'"egregio proprietario e direttore" Alfredo Arcangeli, "sempre in abito bianco". Noblesse obblige.