TUTTE LE STRADE PASSAVANO PER RIMINI Chi pensa che Rimini sia diventata un meeting point e un mel

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TUTTE LE STRADE PASSAVANO PER RIMINI

Chi pensa che Rimini sia diventata un meeting point e un melting pot - un porto di mare, insomma, una vociferante babele di gente d'ogni razza - solo dopo la nascita del turismo di massa, sbaglia di grosso. Questa caratteristica è, al contrario, una costante della storia e perciò dell'identità riminese.
Nel 1617 Cesare Clementini osservava che la città "è frequentata da varie nationi, per esser luogo di passaggio più d'ogni altro forse dell'Italia". Quel "forse" è un eccesso di cautela. Rimini era da quasi duemila anni il più importante nodo stradale non solo d'Italia, ma d'Europa. Fondata all'estremo confine settentrionale del territorio romano, era già alla nascita una città di frontiera. Dopo che nel 220 avanti Cristo il console Caio Flaminio inaugurò la via Flaminia (212 miglia integralmente selciate da Rimini a Roma); dopo che nel 187 Emilio Lepido aprì la via Emilia; dopo che nel 132, infine, Popilio Lenate tracciò la via Popilia (l'odierna Romea), Rimini divenne il più trafficato crocicchio dell'antichità. E tale resterà fino agli inizi del Novecento.
Chi da Nord voleva raggiungere Roma, e viceversa, doveva obbligatoriamente transitare per Rimini. Se è vero, quindi, che tutte le strade portavano a Roma, è ancor più vero che tutte si incrociavano a Rimini. Di qui, perciò, passarono tutti: re e papi, artisti e condottieri, santi e avventurieri, celebrità e fenomeni da baraccone; e tutti passarono, disgraziatamente, gli eserciti a zonzo per l'Europa (dai Visigoti di Alarico all'esercito tedesco e alle variopinte truppe alleate dell'ultimo conflitto), depredando allegramente la città e insegnando la modestia alle fanciulle.
Il puro e semplice elenco dei più o meno famosi e graditi ospiti di Rimini, nei secoli, conterrebbe tanti nomi quanti un elenco telefonico. Qui si acquartierò Giulio Cesare, alla testa della Legione XIII, dopo aver guadato il Pisciatello (così si chiamava, fino al decreto mussoliniano, l'attuale Rubicone), e ci dormì sopra prima di marciare su Roma. Era il 12 gennaio del 49 avanti Cristo. Di qui passarono, in fila indiana, il già citato Alarico, l'erulo Odoacre, il goto Teodorico, i bizantini Belisario e Narsete, il longobardo Astolfo: il solo che non riuscì a metterci piede fu, paradossalmente, il terribile Attila, fermato a Ravenna.
Che Dante abbia passeggiato per le vie di Rimini, è più che probabile, tante sono le citazioni dei luoghi e dei personaggi, anche se non se ne hanno le prove. E' invece certo che vi passò Petrarca, ancora bambino, e si incantò davanti al cippo sul quale Cesare aveva arringato le truppe. A Rimini soggiornarono e lavorarono, com'è noto, Giotto, Piero della Francesca, il Brunelleschi, l'Alberti e il Vasari, che fece trascrivere le sue Vite a un monaco riminese. Furono a Rimini, e non lesinarono miracoli, san Francesco e sant'Antonio.
L'8 agosto del 1502, al seguito del Valentino, capitò a Rimini Leonardo da Vinci. Come ricorda un'iscrizione posta sulla fontana di piazza Cavour, si soffermò ad ascoltare, estasiato, l'"armonia" che facevano - e fanno - le "diverse cadute d'acqua". Molto più in là, nel 1817, vi farà sosta Stendhal e scriverà una pagina deliziosa sul carattere dei riminesi e dei romagnoli.
Nel 1721, scappato di casa, era approdato a Rimini, a bordo di una barca di commedianti, il giovane Carlo Goldoni. Vi ritornerà nel 1743 e la troverà allegra e festaiola quanto "un convento". Altro che "divertimentificio". L'anno dopo, all'inseguimento della vivace Teresa, travestita da uomo, piomberà a Rimini il diciannovenne Giacomo Casanova, innamorato cotto. Il conte di Cagliostro passerà di qui, in catene, nel 1791, il 10 aprile. Era condotto al forte di San Leo, da cui sarebbe uscito orizzontale.
A Rimini li abbiamo incontrati tutti: Napoleone e Garibaldi, Pio VII e Pio IX, Chateaubriand e Verdi, Pascoli (che qui studiò) e d'Annunzio, Marinetti e Pound, Mussolini e Buffalo Bill. Così che se oggi ci mettono piede, che so?, Serena Grandi e Vasco Rossi, non è il caso, beh, di inorgoglirsi troppo.

LA PRIMA DELEGAZIONE GIAPPONESE

Sono state recentemente organizzate, in Giappone, due grandi mostre sui primi rapporti tra l'Occidente e il Paese del Sol Levante. Intorno al 1549 era entrato in Giappone un gruppo di missionari gesuiti; l'accoglienza, almeno all'inizio, era stata soddisfacente: non solo era stato permesso ai padri della Compagnia di predicare il Cristianesimo, ma alcuni signori feudali si erano prontamente convertiti.
Nel 1585 i Gesuiti condussero in Italia, per presentarli al papa, quattro giovani principi giapponesi, tutti battezzati. Erano i primi che mettevano piede nel nostro paese e suscitarono - come si può ben immaginare - un'ondata di curiosità. Dopo un interminabile viaggio per mare su una grossa nave nipponica, i principi e i loro accompagnatori erano sbarcati a Lisbona, e di qui, sempre via mare, avevano raggiunto la Spagna e infine Genova; dalla città ligure avevano preso la strada per Roma, dove avevano ricevuto la benedizione di papa Gregorio XIII (scomparso - si dice per l'edificazione e l'emozione dell'incontro - pochi giorni dopo). Al ritorno visitarono Bologna e Venezia.
Tra i numerosi cimeli esposti nelle succitate mostre c'era anche il diario manoscritto del medico riminese Matteo Bruni, conservato nella Biblioteca Gambalunghiana. Il 16 giugno del 1585, provenendo da Roma, la delegazione giapponese aveva infatti toccato la nostra città. I principi, tutti sotto i vent'anni, erano - annota il Bruni - "sbarbati, di picciola statura, di color olivastro e pieni in viso": tratti somatici che gli suggeriscono il paragone, leggermente azzardato, con gli Spagnoli. Colpì soprattutto il loro abbigliamento: fini kimono di seta rosa ricoperti di vesti nere con ricami d'oro, e cappelli di velluto in testa. Erano accompagnati da quattro servitori, da sette Gesuiti e da un interprete.
Fioccarono gli inviti dei gentiluomini riminesi più in vista, ma i padri - gelosi e severissimi - non concessero ai giovani principi distrazione di sorta e li portarono tra gli applausi dei nostri concittadini, uomini e donne, a far visita "a tutte le chiese e a vedere tutte le reliquie de' santi". In barba al divertimentificio. In loro onore fu dato un pubblico ricevimento nel palazzo municipale. Delle cerimonie e dei discorsi degli amministratori del tempo non è rimasta memoria, e non sarà gran perdita.
In memoria del soggiorno riminese dei principi del Sol Levante - che è ricordato anche dallo storico Cesare Clemetini - fu scolpita un'imponente epigrafe in latino, che fu murata sotto il loggiato del palazzo dell'Arengo; nell'Ottocento fu spostata nel palazzo Gambalunga; oggi, spezzata e frammentaria, si conserva nei depositi del Museo. Nella lapide si fanno i nomi - disinvoltamente occidentalizzati - dei quattro principi giapponesi: Francesco Mancio Ita, Michele Protasio Gingiua, Bartolomeo Omura e un certo Giuliano.
I Giapponesi partirono da Rimini alla vigilia del Corpus Domini. Li aspettava un viaggio di tre anni, "per più di 300 mille miglia di mari asprissimi", che li avrebbe ricondotti "alle loro lontanissime isole", in quello che Matteo Bruni chiama "l'altro emisferio sotto a' nostri piedi".

LA SFIDA DEL PRODE CELIMAURO

Nel 1652 i tamburi di guerra si udivano a malapena. Si combatteva (guarda la novità) nel futuro Medio Oriente. La flotta veneziana aveva assestato una solenne batosta a quella turca davanti all'isola di Santorino e a Rimini - commenta Carlo Tonini - "si vivea ben sicuri e tranquilli". Al punto che un anonimo cronista, autore della Storia della città di Rimini antichissima, dopo aver dato un paio di notizie di poco conto relative all'anno 1647, scrive che "sino all'anno 1655 non ho ritrovato cosa degna di memoria", e passa oltre.
La città - che contava 7.700 abitanti - era effettivamente, più che tranquilla, rilassata. Distesa. Anzi, sdraiata. La disaffezione per gli affari pubblici era arrivata a un punto tale che nel 1650 il numero dei consiglieri comunali era stato abbassato da cento a ottanta, per la difficoltà di riunirli. La riforma istituzionale, però, non aveva dato grandi risultati, se nel 1654 si dovrà decidere di multare i consiglieri assenteisti.
Fu nel 1652 che un cavaliere, il prode Celimauro di Norvegia, partendo da Rimini alla volta di Palermo, fece stampare dal tipografo Simbeni, a sue spese, un ruvido cartello di sfida "a i Cavalieri riminesi", che un suo valletto attaccò poi ai cantoni della città.
Che il fiero "paesano de' ghiacci" (come si definisce) sia di mano leggera, non si può proprio dire. Dopo aver manifestato il proprio stupore per l'"insolito gelo di timide codardie" che raffredda "i bellicosi bollori del sangue" riminese, così prosegue: "Voi, che in altra stagione pur foste generosissimi, trovo mortificati da un ozio che vi avvelena il valore, mentre obliate la lizza di Marte per dar forse campo migliore ai brindisi di Bacco e agli amplessi di Venere".
Il motto dei riminesi era insomma: fate l'amore (e qualche sbornia), e non la guerra. Così, almeno, sostiene Celimauro di Norvegia. Pronto a dimostrarlo non in tribunale, a suon di carte bollate, ma "coll'asta", se qualcuno, "troppo arrogante, fosse per contraddirlo". Le ultime righe del cartello di sfida sono anche le più insolenti. Il baldanzoso normanno, tanto per cominciare, fa pesanti insinuazioni sulla virilità dei cavalieri riminesi: "Forse che i soli di vostre dame non giungon a pungervi gli occhi, per iscuotervi da sì vergognosi letarghi?". I "soli", in gergo secentista, sono naturalmente gli occhi assassini. "Vilmente usurpa le lodi di vero amante" rincara Celimauro "chi trascura gli applausi della sua Donna" e non è convinto che "i colpi di lancia sieno i colpi d'Amore più ragguardevoli".
L'esternazione si chiude con un invito alle signore di Rimini a dar la strada da correre ai loro poco bellicosi damerini, se non si decideranno, "nello steccato, a far prove di quel coraggio che può giustificare il titolo di Cavaliero".
Non sappiamo chi fosse Celimauro di Norvegia. Se non si tratta di uno scherzo (come è da credere), si direbbe uno di quei "paladini" professionisti che giravano di città in città e di torneo in torneo per disputarsi i premi offerti ai vincitori nelle varie sfide. Che non erano la mano della bella principessa, ma, più prosaicamente, stoffe pregiate, gioielli, armi costose e monete sonanti. Sappiamo per certo che nel 1652 fu organizzata a Rimini "una superbissima Giostra" (C. Tonini), alla quale presenziarono i cardinali Sforza e Donghi. Il prestigioso torneo fu descritto dal Faitani, la cui cronaca, sfortunatamente, non s'è conservata; non sappiamo dire, pertanto, quali furono le prove e chi vi partecipò. Se dobbiamo credere a Celimauro di Norvegia, i cavalieri riminesi si guardarono bene dall'entrare in campo. Troppa fatica. Troppi grattacapi. E troppi rischi.
L'intrepido Celimauro, scandalizzato, prese la strada per la Sicilia, per misurarsi "in famosa disfida". Quanto ai nostri cavalieri, si comportarono come il più scafato dei politici: non fecero una piega e continuarono a sacrificare a Bacco e a Venere, beati loro.

L'ARRIVO DELL'ELEFANTE

Il primo elefante di cui resta memoria arrivò a Rimini, da Milano, il 14 marzo 1630. Di proprietà di un francese, aveva - come quelli di Annibale - varcato le Alpi in pieno inverno. Fu mostrato ai curiosi nella stalla degli eredi di Cesare Clementini morto nel 1623); prezzo del biglietto: tre bolognini a testa.
Il cronista Giacomo Antonio Pedroni - santarcangiolese di nascita, canonico della Cattedrale di Santa Colomba e persona curiosa di tutto - si precipitò a rimirarlo. Al ritorno stese una dettagliata e stupefatta relazione.
E' proprio il caso di dire che il Pedroni non ha parole. E' costretto a ricorrere, infatti, a un autentico fuoco di fila di paragoni e similitudini con animali e oggetti a lui (e agli altri) più familiari. Il bestione è alto un bue e mezzo; il colore della pelle è lo stesso del delfino; ha gli occhi che assomigliano a quelli del porco; la testa e la coda sono vagamente bovine; il dorso rimanda invece al cammello; le zampe sono grosse come timoni di carri; le orecchie, infine, fanno pensare a "una mezza manica da frate" e a un paio di sportelli.
Evidente è l'imbarazzo del Pedroni nel descrivere la proboscide, che egli chiama "tromba". E grande è la sua meraviglia nell'osservare che con la "tromba" l'elefante afferra "la roba da mangiare et da bere", "la ritorze verso la bocca, la qual è sotto la tromba", e fa così colazione; la "tromba" - aggiunge doverosamente - serve anche come arma d'offesa. Il Pedroni accenna inoltre ai "denti bianchi lunghi mezzo brazzo" (cioè alle zanne), che gli fuoriescono "uno per banda dalle mascelle".
Non sono omessi neppure particolari anatomici più - diciamo così - "intimi": i testicoli sono come e dove li hanno i cavalli. Il bestione, a differenza dei cani dei nostri concittadini d'oggidì, è straordinariamente beneducato e controllato. Quando lo assale un bisogno impellente, "dà segno con la voce, et subito gli è portato un mastelletto a posta per urinarvi dentro".
Bravo. Si presta anche, per il divertimento del pubblico e gli incassi del padrone francese, ad eseguire docilmente alcuni esercizi. Si lascia cavalcare: piega le zampe anteriori e sopporta pazientemente che il padrone s'aggrappi alle sue orecchie e gli monti in groppa; lo solleva inoltre con "quella gran tromba" che si ritrova e si rizza sulle zampe posteriori.
La bestia ha tredici o quattordici anni. "Fu detto" riferisce il Pedroni "che quella sorte di animali cresca fino alli cent'anni". Vero. L'elefante sostò a Rimini fino al 18 marzo, un lunedì mattina. Quando si rimise in marcia, cadeva una pioggia battente. Coperto da una tela cerata lunga fino ai piedi, prese la strada per Pesaro. Era diretto a Roma, dove s'era appena aperto il Conclave per l'elezione del nuovo Papa. Il francese e i suoi inservienti lo seguivano in carrozza.

LE VACANZE DI PELLEGRINO ARTUSI

Pellegrino Artusi soggiornò a Rimini dal 29 luglio al 20 agosto 1873. Lo sappiamo da una lettera che spedì l'11 agosto al conte Baratti di Forlì e che si conserva nel Fondo Piancastelli della Biblioteca forlivese. Da Firenze, dove abitava, si era prima recato a Montecatini per le cure termali; poi a Rimini per i bagni di mare. Irrigato e strigliato a dovere dentro e fuori, si sarebbe poi fermato a Forlimpopoli, sua città natale, e infine sarebbe rientrato a Firenze. Nato nel 1820, nel 1873 Artusi aveva passato la cinquantina; apprezzava e coltivava la buona tavola, ma teneva evidentemente anche alla salute: a ragione, tant'è che sarebbe arrivato alla bella età di novantun anni.
Il 1873 non fu per la spiaggia di Rimini un anno qualsiasi. In quell'anno, infatti, fu inaugurato il Kursaal, lo Stabilimento Bagni che sostituiva quello, antiquato e fin troppo modesto, costruito trent'anni prima da Claudio Tintori e da Alessandro e Ruggero Baldini e abbattuto nel 1870. Progettato dall'ingegnere comunale Gaetano Urbani (che si era ispirato al Teatro, disegnato dal suo maestro Luigi Poletti) e costato alle casse municipali un milione tondo, il Kursaal, onore e vanto del lido di Rimini, fu salutato da autentici panegirici. L'aggettivo che più ricorre nella stampa locale del tempo è "grandioso". Così ne parla, sul "Corriere dei Bagni", un sedicente milanese in una lettera aperta a un suo concittadino: "So che Ella, Signore, ha girato l'Italia per lungo e per traverso. Ebbene, ha mai veduto uno stabilimento di tal sorte? Qui c'è tutto, tutto ciò che con parola francese si chiama il 'confortable': caffè, ristoratore, sale di lettura, da bigliardo e da ballo. E che sale! Non c'è miseria davvero".
Artusi non era altrettanto sbalordito ed entusiasta. Sentiamo un po': "E' stato aperto il nuovo Stabilimento, il cui disegno, a dir il vero, non è brutto, ma gl'intelligenti vi trovano dei difetti". L'allusione è alle critiche, non tutte infondate, mosse all'edificio dai competenti in architettura. "Io che sono profano all'arte," prosegue Artusi "non posso che riflettere l'impressione che fece in me: giudicai subito che fosse stato sciupato nel risparmio di un metro d'altezza nella parte superiore di mezzo". Altro che "grandioso": per Artusi, abituato alle dimensioni "metropolitane" di Firenze, il Kursaal era semmai miserello. Il corpo centrale, in particolare, gli sembrava, a torto o a ragione, poco monumentale.
Ma Artusi va più in là: "E' codesto il difetto comune delle case private di questa città, i palchi delle quali si toccano quasi colle mani. E dire che nella fabbricazione e restauri delle case nuove si continua ancora collo stesso sistema!". Pur concedendo che Rimini "è la città che ha fatto le innovazioni maggiori di tutte le altre" della Romagna, Artusi ne deplora gli edifici troppo bassi e auspica, in nome del "Progresso", un netto salto di scala. Ohibò. Un profeta, il nostro, della "riminizzazione"?
Artusi ha qualcosa da dire anche sugli ospiti della spiaggia di Rimini: "Il concorso dei bagnanti è stato quest'anno maggiore del solito, ma sento lamentare la mancanza dell'alto ceto: Bolognesi, specialmente, ce ne sono pochi". I sospiri sul livello sociale non esaltante della "colonia bagnante" ricorrono continuamente anche sui fogli estivi locali; un giornaletto del 1894, "Anfitrite", arriverà a scrivere che "la nobiltà del sangue, dell'ingegno e dell'arte rifugge da cotesto noioso gracidar di ranocchi borghesi".
Sorprende che il futuro autore della Scienza in cucina non spenda una sola parola sui ristoranti riminesi, compreso il "grande esercizio ristorante" del Kursaal, gestito da un certo Ottavio Angiolini, di cui si parla in termini superlativi sul "Corriere dei Bagni". Nella lettera dell'immaginario villeggiante milanese, più su ricordata, si citano "Maso, Nando e Cabianca", proprietari di modeste trattorie del centro, i cui nomi suonerebbero "illustri nella repubblica gastronomica": "Venite, venite pure a Rimini," esorta il sedicente meneghino "chè qui risotto e trippa sono tenuti in grandissimo onore". Risotto e trippa: un po' poco per far impazzire un gourmet. Come se si pretendesse, oggi, di commuovere la Guida dell'Espresso con l'arrosto misto.

IL SOGGIORNO DI EZRA POUND

"Passava per Rimini in Giugni": così, in un italiano sbrigativo e senza complessi, comincia la lettera che il 15 settembre 1922 il poeta americano Ezra Pound, allora trentasettenne, indirizzava da Parigi ad Aldo Francesco Massera, bibliotecario della Gambalunghiana, filologo di chiara fama e insigne studioso di cose malatestiane. La lettera - non solo inedita, ma del tutto sconosciuta - è pubblicata in appendice a un recente libro di Luca Cesari che ha adottato come titolo proprio l'attacco della lettera di Pound e che tratta dei rapporti tra il poeta e il Montefeltro, quali soprattutto emergono da alcuni passi dei Malatesta Cantos.
Per quale ragione Ezra Pound si era fermato a Rimini - verosimilmente per qualche giorno - nel giugno del 1922? La lettera ci fornisce, in proposito, alcune preziose informazioni. Pound stava allora attendendo alla composizione dei Malatesta Cantos, la cui prima redazione sarebbe uscita sulla rivista "Criterion", diretta da T. S. Eliot, nel 1923.
Alla vigorosa, complessa e un po' misteriosa figura di Sigismondo Pandolfo - protagonista dei Canti malatestiani e modello ideale, per Pound, del principe rinascimentale - il poeta si era accostato grazie alla lettura di Un condottiere au XV siècle di Charles Yriarte, libro a detta di Massera "caotico e mal digesto", ma certo avvincente. L'opera di Yriarte, che è del 1882, sta al confine tra la storiografia romantica e quella positivistica. Il taglio - un'attraente miscela di imprese militari e vita di corte, amori e complotti, trionfi e sconfitte - è ancora quello apologetico e romanzesco, ma la documentazione è abbastanza solida ed è esibita con una sorta di civetteria.
L'influenza di Yriarte su Pound è evidentissima: i documenti che egli utilizza nei Malatesta Cantos sono tratti in gran parte dall'appendice documentaria del libro di Yriarte; errori e fraintendimenti di lettura ("Ahi quanto fantastica!" lamenta Massera) passano intatti dalle pagine di Yriarte al testo dei Cantos.Senza mai mettere da parte il massiccio volume dello storico francese, Pound sembra trovarsi ad un certo punto (probabilmente durante la stesura del IX Canto) a corto di materiali: più che di notizie, di vecchie carte col loro sapore, di monumenti, atmosfere, climi. Perciò - per ricerche bibliografiche e archivistiche e per respirare l'aria dei luoghi - intraprende ripetuti viaggi dalla Francia in Italia.
A Rimini avrà visitato, con comprensibile emozione, il Tempio Malatestiano e avrà, sbuffando, girato intorno a Castel Sismondo, adibito a prigione. Nella Biblioteca Gambalunghiana - apprendiamo dalla lettera - consulta i due libri dello storico Giovanni Soranzo sulla lunga e drammatica lotta fra Sigismondo e papa Pio II (se ne scorgono tracce vistose nei Canti X e XI), il volume V della monumentale Storia di Rimini di Luigi Tonini, le cronache riminesi pubblicate dal Muratori e quelle inedite: in particolare il manoscritto quattrocentesco della Cronica Universale di Gaspare Broglio. Il tono garbato ma formale della lettera porta ad escludere scambi di idee particolarmente cordiali tra il poeta e il maturo bibliotecario, benchè conoscitore tra i maggiori della storia e della cultura malatestiane.
Il Sigismondo dei Malatesta Cantos è una figura che ha il vigore e l'esemplarità dei personaggi di Dante; come quelli, ha poco a che spartire col personaggio storico. Condottiero, mecenate, costruttore del Tempio, amante appassionato, Sigismondo è perseguitato implacabilmente dal "bubbonico Pio", il "Vescicone", e anche nella sconfitta giganteggia sui meschini vincitori ("Loro hanno la grande armata, / ma noj semo più hominj"). "Sigismundo" riaffiorerà di quando in quando nei Canti successivi, fino al famoso Canto LXXIV, il primo dei Pisani. Nel Canto LXXII un Sigismondo furioso lancia un'invettiva biblica contro i connazionali del poeta, distruttori del Tempio, "letto arcano della divina Ixotta".
A Rimini, nel Tempio ricostruito, Ezra Pound tornerà l'11 settembre del 1963, accompagnato dalla musicologa Olga Rudge: quasi in incognito, per assistere ad un concerto della Sagra Malatestiana. Luigi Pasquini, in uno dei suoi migliori elzeviri, lo descrive "bianco di chiome e di barba breve, alto, un po' curvo, raccolto in sè, gli occhi azzurri d'acquamarina lampeggianti di pagliuzze d'oro, stranamente simili a quelli di Alfredo Panzini". Il paragone è illuminante. A Pasquini, che nel Grande Vecchio venerava soprattutto il perseguitato, la poesia violenta e magmatica del Grande Vecchio sarebbe apparsa, fuori d'ogni solidarietà politica, francamente indigeribile. Erano, letterariamente, agli antipodi. Gli occhi di Panzini, ritrovati in Pound, erano forse il mezzo per ricondurre il poeta americano ad una misura più accessibile.