VECCHI ALMANACCHI A Rimini e in tutta la Romagna hanno avuto larga diffusione, fin dal Settecento

Tradizioni

VECCHI ALMANACCHI

A Rimini e in tutta la Romagna hanno avuto larga diffusione, fin dal Settecento, almanacchi, lunari e calendari, gli antenati delle agende che, sotto Capodanno, si accumulano inesorabilmente sulle nostre sempre più affollate scrivanie.
Il più longevo e famoso calendario è il faentino E' luneri di Smembar (traduzione libera: Il lunario dei Pezzenti), quel grande foglio con vignette satiriche e strofette in dialetto che da quasi centocinquant'anni commenta i fatti e i fatterelli dell'attualità e della politica. Fondato nel 1846 e stampato dalla ditta Marabini, nota dinastia di tipografi e incisori, costituisce un documento unico e di grande interesse degli umori sedicenti popolari, ma in realtà della piccola borghesia conservatrice di Faenza: un controcanto antiretorico e a volte schiettamente qualunquistico agli slanci patriottici, agli entusiasmi bellici e ai fervori repubblicani e socialisti.
Sono faentini anche i primi due almanacchi romagnoli. Sono soprattutto raccolte di predizioni astrologiche e "cabalistiche", ma anche di informazioni storiche e geografiche. Il primo, intitolato Pronostici e riflessioni astrologiche, fu pubblicato dal 1722 al 1748. E' opera di Carlo Cesare Scaletti, buon matematico e precursore degli studi sull'aviazione (nel 1711 aveva dato alle stampe un'operetta sul volo degli uccelli). Il secondo è il celebre Casamìa (il titolo per esteso suona: Giro astronomico o sia pronostico del vero cabalista Casamìa), pubblicato ininterrottamente dal 1763 al 1910. Chi si nascondesse sotto il nome di Pietro G. P. Casamìa, non sappiamo. Pare che il primo ad utilizzare lo pseudonimo sia stato un frate veneziano trasferitosi a Faenza. Si può verificare, retrospettivamente, quante e quali predizioni il "vero cabalista Casamìa" abbia centrato. Ahimè: nè la rivoluzione del 1789 nè gli avvenimenti cruciali del 1815, del 1831, del 1848 e del 1859 sono stati minimamente previsti. Tra i vecchi indovini e i moderni astrologi la sfida a chi ne azzecca di meno è apertissima.
Il primo almanacco di Rimini - il Diario riminese - fu stampato nel 1789 da Giacomo Marsoner, un tipografo originario di Bassano che lo pubblicò fino al 1796. Nel 1797 lo rilevò il tipografo Paolo Albertini. Dopo una lunga interruzione, l'almanacco ricomparve nel 1848, per estinguersi definitivamente nel 1855. Apriamo il Diario riminese per l'anno 1789 - la prima annata - e vediamo cosa contiene.
C'è innanzi tutto il calendario, con le levate del sole, le lunazioni, le eclissi (una sola, di luna, il 3 novembre), le feste religiose, le date delle processioni (ben dodici, fra cittadine e delle singole parrocchie). Ci sono inoltre l'elenco dei "Sovrani più ragguardevoli d'Europa" e quello dei cardinali, con la specificazione, accanto a ciascun nome, dell'età (tra gli anziani e talora decrepiti porporati rifulge un fresco cardinaluccio di 35 anni, nipote, guarda caso, di papa Pio VI). Segue il quadro delle cariche ecclesiastiche di Rimini pontificia, dal vescovo al Capitolo della cattedrale, dal tribunale del Sant'Uffizio ai parroci della diocesi, ai rettori dei conventi maschili e femminili. Si prosegue con l'organigramma delle autorità civili: il governatore, i cancellieri, il castellano della fortezza, il capitano della fanteria e quello della cavalleria, il capitano del porto, i priori del Monte di Pietà e i 65 consiglieri (49 nobili e 16 borghesi). Chiude il Diario il cambio ufficiale, in scudi romani, delle monete d'oro e d'argento degli altri Stati.
Nel 1792 il Diario è arricchito da una bella pianta della città, disegnata dall'architetto Carlo Giuseppe Fossati, e da varie altre notizie interessanti. Fra queste, l'elenco dei giorni festivi (la bellezza di 112, oltre le domeniche) e quello dei giorni di chiusura della Biblioteca Gambalunghiana: tutte le feste, va da sè, e inoltre tutti i giovedì e altri 40 giorni di buon peso. Fanno - se non andiamo errati - 254 giorni di "ferie" su 365. Bei tempi, quelli.

SCAMPAGNATE ALLE GRAZIE

La scampagnata del lunedì di Pasqua alle Grazie è una vecchia, garbata tradizione riminese che ancora sopravvive, anche se l'espansione della città, i moderni mezzi di trasporto, l'attrazione esercitata da località ben più lontane e la dissoluzione dei rituali familiari l'hanno privata di gran parte del suo fascino. Quando si andava a piedi, salire sul colle di Covignano era considerato una mezza impresa, a cui ci si preparava coscienziosamente. Le donne si levavano all'alba per cucinare il galletto, il coniglio o l'agnello; si riempivano i cesti e le sporte d'ogni ben di Dio (di rigore erano le uova sode, la piada sfogliata, la ciambella e il vino bianco); poi le famiglie, di buon'ora e di buon passo, si avviavano verso le Grazie. Là sceglievano un prato, preferibilmente non ancora invaso, vi stendevano le tovaglie, tiravano fuori i viveri e spolveravano tutto. In fretta e in allegria. Dopo pranzo, mentre le mamme e le nonne, armate di coltello, raccoglievano le erbe mangerecce, ai bambini era concesso di rincorrersi nei prati. Alle tre del pomeriggio si riprendeva la strada del ritorno.
Quanto questa usanza sia antica, non si sa. Possiamo supporre che abbia qualche secolo. Di certo la sua popolarità crebbe rapidamente a partire dagli anni Trenta dell'Ottocento. In origine il pellegrinaggio al santuario era una devozione marinara. Giuseppe Malatesta Garuffi, nel 1702, accenna per l'appunto alla "grande divozione" di cui godeva l'immagine della Vergine delle Grazie e aggiunge che "non v'è marinaio nel porto di Rimino che a Lei non ricorra qualora si trovi agitato da' pericoli del mare, portandosi poi a sciogliere il voto a' piè del di Lei sacro altare". Di fatto nel santuario si conservano tuttora sette dipinti votivi marinari, modesta rappresentanza dei molti che vi saranno stati appesi. Il legame, a prima vista sorprendente, dei marinai e dei pescatori con un santuario di collina, si spiega facilmente: Covignano, infatti, è un punto dell'allineamento, chiamato dai naviganti "tre-monti-assieme", che preannunciava loro il porto, e ve li guidava.
Il corteo delle persone a piedi e dei pochi privilegiati in carrozza che salivano la stretta strada bianca delle Grazie era detto, un tempo, "somar lungo". La spiegazione di questa nota quanto bizzarra espressione si trova, a frugar bene, nelle cronache manoscritte di Filippo Giangi. Alla data del 13 aprile 1841, costui descrive vivacemente il "palio degli asini" che il lunedì e il martedì di Pasqua i marinai correvano intorno alla chiesa di San Nicolò. Davanti alle loro "innamorate" vestite a festa, in groppa a "de' somari o cavallucci, in due e tre per cavalcatura", i marinai si sfidavano; ma, "disadatti, malpratici, cadevano e facevan ridere li molti astanti". Un decennio prima, alla data del 23 aprile 1832, altro lunedì di Pasqua, Giangi aveva annotato che "i marinari, in carrozza e a cavallo de' somari, il mattino vanno girando sul porto e dopo pranzo alle Grazie".
Agli inizi dell'Ottocento l'antico pellegrinaggio marinaro al santuario delle Grazie si è già trasformato in scampagnata: dei marinai soprattutto, che vi si recano volentieri a dorso d'asino (il "somar lungo"), ma anche del popolo minuto del centro storico. Intorno al 1830 - come dicevamo - la partecipazione si fa massiccia e Filippo Giangi parla ripetutamente di "numerosissimo concorso" di gente "che mangia e trastullasi a piacere". Tempo permettendo, naturalmente. L'affluenza attira numerosi ambulanti, che vendono (elenca Giangi nel 1832) "maiali nel forno (porchetta), pane, piadoni, pollame cotto e vino": di mediocre qualità, questo, e spacciato al prezzo esoso di quattro o cinque baiocchi al boccale (quando in città costa, al massimo, due vili baiocchi). Ciononostante - commenta il cronista - "v'è di tutto uno smercio considerevolissimo". Come ancora succede, a più di un secolo e mezzo di distanza, in tutte le sagre del Riminese.

LA LINGUA "PORTOLOTTA"

Ancora agli inizi di questo secolo un certo numero di vecchi marinai riminesi parlava una lingua a sè, senza nessun rapporto col dialetto riminese, chiamata "portolotto", cioè, appunto, "lingua degli abitanti del porto". Il fatto che negli antichi Statuti della città il capobarca sia chiamato patronus (traduzione in latino di "parone") fa supporre che già nel Trecento i marinai, i pescatori e tutta la variegata umanità che viveva e lavorava nel porto di Rimini si esprimessero in quel dialetto veneto che è il "portolotto".
Intorno al 1920 il "portolotto" si estinse del tutto. Di questa "lingua morta" sono rimaste tracce minime: di gran lunga inferiori (ci si passi il paragone azzardato) alle testimonianze in etrusco. Eppure nel 1850, e anche dopo, tutti gli abitanti del porto e dei borghi confinanti (il borgo di Marina e il borgo di San Giuliano) parlavano correntemente, e spesso esclusivamente, il "portolotto". Non era certo una minoranza trascurabile: nel 1864 Luigi Tonini censisce oltre cinquemila anime tra pescatori, naviganti, calafati, facchini, commercianti e "industrianti", ovviamente con le loro famiglie.
Il più lungo reperto in "portolotto" si trova nella farsa in dialetto riminese Nè vedva nè da maridè (Nè vedova nè ragazza da marito), scritta da Ubaldo Valaperta e rappresentata nel novembre del 1867. E' una battuta che pronuncia Bartulein, il marinaio redivivo che, dopo lunghe peregrinazioni, torna dalla moglie Sabèta (Elisabetta) e dalla figlioletta. Sono poche righe; ci limitiamo a trascrivere l'ultima frase: "Da sto momento dago un bon dì al mare per star colla mi fantolina e la mi Sabèta" ("Da questo momento do l'addio al mare per restare con la mia bambina e con la mia Elisabetta").
Nel 1977 Gianni Quondamatteo ha pubblicato otto frasi in "portolotto", tutte molto brevi, riprese dalla tradizione orale; per esempio: "Porta e' lumèto" ("Porta la lanterna"), "Prista nu pavlo" ("Prestami un paolo"), "Aspèta che m'impiza la pipa" ("Aspetta che m'accenda la pipa"). Poche altre - quattro in tutto - si trovano disseminate nelle voluminose cronache manoscritte di Filippo Giangi.
La prima è la supplica che, durante i moti del 1931, un vecchio pescatore rivolge alle nuove autorità: "Sior cavalier, ghe dimandèmo una grazia: non volèmo più pagar el pavolo che paga i barchèti ogni sitimana quando i va a pescar". Il senso è chiaro: si chiede di non pagare più la tassa settimanale di un paolo, moneta dello Stato Pontificio.
La seconda è il grido di rivolta dei pescatori affamati che, nel 1845, assaltano e saccheggiano due barche cariche di grano: "Fora, gente tuta, portèmo el gran in tera! Fora, fora, no lasèmo andar via la grazia de Dio!" ("Fuori tutti, gente, portiamo il grano in terra! Fuori, fuori, non lasciamoci scappare la grazia di Dio!").
Le ultime due frasi in "portolotto" sono tratte dalla vivace descrizione della "terza festa di Pasqua" del 1841, una tradizionale festa marinara, non priva di tratti originali e stravaganti, che si celebrava tutti gli anni il martedì dopo la Pasqua. Tra le varie e singolari usanze spicca quella di montare, quanti più possibile, in groppa a degli asini e di girare intorno alla chiesa di San Nicolò. Come si può ben immaginare, erano frequenti le cadute dei "disadatti e malpratici" cavallerizzi, con gran divertimento dei "molti astanti, anche cittadini". Quando una comitiva di marinai noleggiava un asino, così si rivolgeva al vetturino: "Dèmelo longo, che semo in quatro; che semo in sie" ("Datamelo lungo, chè dobbiamo salirci in quattro; in sei"). Passando poi, a dorso di somaro, "avanti alle loro innamorate", i marinai lanciavano un richiamo galante: "Ciò, so mi che passe!" ("Ehi, sono io che sto passando!").
Benchè il loro numero sia ristrettissimo, queste citazioni provano l'esistenza di una vera e propria lingua "portolotta" che non ha nulla a che spartire col dialetto riminese, nè coi dialetti romagnoli, nè con quelli gallo-italici. E' senz'ombra di dubbio un dialetto veneto strettamente imparentato col chioggiotto. I secoli del dominio di Venezia e l'imporsi del suo dialetto come "lingua franca" di entrambe le sponde dell'Adriatico e l'assiduità dei contatti e degli scambi con le altre marinerie spiegano facilmente l'esistenza e la persistenza di un'sola linguistica autonoma dentro la città di Rimini. Quondamatteo e Bellosi dicono benissimo: "I marinai riminesi si intendevano meglio con quelli dell'isola di Veglia, nel Quarnero, che non con i contadini di San Vito, a due, tremila metri in linea d'aria".

FERRAGOSTO NELL'OTTOCENTO

Dove andavano i riminesi a Ferragosto quando ancora lo Stabilimento Bagni era di là da venire? Al mare, verrebbe da rispondere d'istinto. E si sbaglierebbe di grosso. Qualcuno, magari, ci avrà messo anche piede. Sappiamo, per esempio, che proprio il 15 agosto del 1806 il cardinale Bellisomo, vescovo di Cesena, venne a Rimini "per far li bagni d'acqua del mare". L'alto e temerario prelato fu dunque uno dei pionieri della balneazione. Chi si aspettava di trovare, tra i primi bagnanti, sovversivi e libertini, ha di che riflettere.
Nossignore: a Ferragosto i riminesi andavano a festeggiare l'Assunzione sul colle di Covignano, a distanza di sicurezza dalla spiaggia brada e dalle onde traditrici. Già nel 1815 il cronista Filippo Giangi registrava il "gran concorso" di pubblico alle Grazie. Tornerà a parlarne a quasi vent'anni di distanza, nel 1832. Dopo aver definito, con sgrammaticata iperbole, "estremamente popolatissima" la partecipazione popolare alla scampagnata, il cronista si entusiasmava alla vista della "collinetta coperta da una quantità quasi innumerevole di popolo, riunito in tanti gruppi", che "mangiava e trastullavasi a piacere". Rallegravano ulteriormente la vista la "diversità degli abbigliamenti" e la "varietà de' colori che ondeggiavano". Bella immagine.
Alla sagra erano accorsi, oltre ai nativi, "forastieri in buon numero, compresa la soldatesca estera", dislocata a Rimini dopo i moti del '31. I numerosi stand gastronomici (diremmo oggi) offrivano pane, "piadoni" (ossia le attuali "spianate", che Giangi, altezzosamente, definisce "specie d'ordinarissime, cattive focacce"), maiale in porchetta, polli ruspanti, cocomeri e altra frutta, nonchè, al salatissimo prezzo di cinque baiocchi il boccale (di solito si vendeva a un baiocco e mezzo), del vino, per giunta pessimo: ciononostante, osserva Giangi, lo "smercio" era stato "considerevolissimo". Come ancora succede in tutte le sagre del Riminese.
Anche l'anno dopo, il 1833, il "concorso" sarà "grandissimo", soprattutto nel pomeriggio, favorito dall'afa ferragostana, tant'è che da piazza Sant'Antonio (oggi Tre Martiri) al colle delle Grazie la strada "rigurgitava" di carrozze. Quasi come oggi, sulla costa, di automobili. Il nostro cronista, però, aveva la luna storta. Il quadretto idillico dei gitanti allegri e multicolori si era trasformato, da un anno all'altro, in una sorta di plebea orgia di "baccanti seduti sul terreno a merendare". Neologismo, quest'ultimo, di cui non ci facciamo carico, come direbbe un politico, e che non raccomandiamo.
Immaginiamo che il paziente lettore sia curioso di sapere come riminesi e forestieri trascorsero il Ferragosto del 1843, l'anno dell'inaugurazione dello Stabilimento Privilegiato dei Bagni di mare. Ahimè: troppo occupato a raccontare la piccante tresca fra Vitige Lancelotti, "giovane di scarso ingegno", e Polissena Goldini, "astuta e liberale" ragazzotta, Filippo Giangi non spende una sola parola sulla fatidica data. Fu invece disastrosa la scampagnata del 15 agosto 1844. Verso mezzogiorno si alzò un vento di Maestrale che all'improvviso rovesciò "una pioggia diluviale con lampi, tuoni e qualche grano di grandine" sulla testa della "gente salita al monastero delle Grazie", che si beccò "una sonora bagnatura".

LE ORIGINI DEL PRIMO MAGGIO

Il Primo Maggio come giorno di protesta e di lotta prima, e poi come festa dei lavoratori, è in origine - com'è noto - l'anniversario dell'impiccagione di cinque militanti anarchici, a seguito dei disordini scoppiati a Chicago il 1 maggio (per l'appunto) del 1886. Nel 1890, sfidando i divieti delle autorità, in Italia e in molti altri Paesi fu commemorato per la prima volta l'eccidio di Chicago. Anche a Rimini, Santarcangelo e Coriano, per iniziativa delle locali società operaie e di mutuo soccorso, i lavoratori incrociarono le braccia; ogni attività manifatturiera e commerciale fu sospesa, i negozi rimasero chiusi, i benestanti si barricarono nelle loro case: "Sembrava quasi di essere piombati, nel sogno, in una città di morti" commentava il settimanale repubblicano "La Riscossa". La celebrazione del 1890 non avrebbe dovuto aver seguito, ma proprio la sua clamorosa riuscita suggerì di replicarla negli anni successivi. Così nacque e si affermò la Festa del Lavoro.
Ma molto prima di essere una ricorrenza politica il Primo Maggio era stata una sagra popolare legata al risveglio primaverile. Delle radici profonde della festa si è occupata una studiosa riminese, Paola Sobrero, che nel centenario della giornata internazionale del Lavoro ha pubblicato un libro ottimamente documentato e molto rigoroso: La festa rubata. Il Primo Maggio nel Riminese tra Otto e Novecento (Sapignoli editore).
Il Calendimaggio fu celebrato fin dall'antichità sia dalle popolazioni italiche e romane che da quelle celtiche. Nel periodo medievale e rinascimentale se ne consolidò la tradizione soprattutto in area tosco-emiliana. Paola Sobrero suggerisce, a ragione, che proprio dalle sue millenarie radici folcloriche la Festa del Lavoro abbia assorbito linfa vitale e che a questo legame sotterraneo debba la sua immediata e strepitosa fortuna.
Le tradizioni popolari sono insospettabilmente tenaci. A Rimini, per esempio, si usa festeggiare il Primo Maggio al porto (solo negli ultimi anni ci si è spostati nel Parco Marecchia). Il fatto non è casuale, come dimostra quell'autentica miniera di notizie che sono le cronache manoscritte di Nicola e Filippo Giangi. Oltre mezzo secolo prima della nascita ufficiale della Festa del Lavoro, sul porto si celebrava il Calendimaggio. Nel 1831 Filippo Giangi accenna alle "ragazzette" che esibivano dei fantocci (i "Maggi"), "cantando strofette d'allegria per l'arrivo di sì bel mese" e chiedendo la questua "per fare" (commenta acidamente) "qualche gozzoviglia giovanile". Delle "torme di giovinette" che "cantano Maggio" (ma in campagna) parla anche Giuseppe Gaspare Bagli nel 1886. Nessuno ha provveduto, purtroppo, a trascrivere i versi delle canzonette che si intonavano sul porto, ma saranno stati certamente maliziosi e allusivi al "risveglio dei sensi" primaverile. Calendimaggio, del resto, era la festa delle giovani coppie di fidanzati.
Nel Calendimaggio al porto torna a parlare nel 1842 Filippo Giangi, che testimonia del "gran concorso di popolo d'ogni classe", proveniente sia dalla città che dalle campagne e costituito perlopiù da coppiette ("piccole carovane amorose" le chiama il nostro cronista). La "giornata bellissima" e "il mare placidissimo" favoriscono le passeggiate in carrozza e le escursioni in barca, e Giangi "fotografa" il mare pullulante di "diverse barchette e molti battelli a vista d'occhio". L'anarchico Domenico Francolini, garbato poeta in lingua e dialetto, in una sua poesia giovanile anteriore alla nascita della Festa del Lavoro canterà la "rustica folla ridente" e le barche infiorate ("Le barche, quai cesti ripieni / di mobili fiori, pel mare / veleggian")per chiudere con un inno a "maggio che invita ad amare".

TEMPO DI CARNEVALE

Ah, gli sfrenati carnevali di una volta! I nostri nonni, quelli sì erano capaci di divertirsi, si sospira. Sarà. Si dà il caso, però, che i resoconti dei cronisti riminesi dell'Ottocento, a cominciare dal bottegaio e maestro di canto Filippo Giangi, siano abbastanza deludenti. Va detto, innanzi tutto, che nell'Ottocento il carnevale plebeo - il "tempo gioioso" della trasgressione - era ormai, almeno dalle parti nostre, un fenomeno del tutto marginale. Il carnevale di cui si parla il nostro cronista è perciò quello dei nobilucci e del "secondo ceto", cioè della borghesia agiata.
Ligio al detto il tempo di carnevale cominciava subito dopo le festività natalizie con l'apertura della stagione teatrale. In una città della provincia pontificia profonda come Rimini, che nel 1837 contava diciassettemila abitanti, venivano date una trentina di rappresentazioni: due o tre opere replicate dalle cinque alle dieci volte l'una, più tre o quattro serate in onore e a beneficio dei solisti. I cantanti maschi di solito raccattavano pochi spiccioli, mentre le signore, "sfrontate" (chiosa Giangi) e abilissime nell'ingraziarsi il pubblico, riuscivano a raggranellare discrete somme e omaggi di varia natura: da sonetti composti in loro onore a mazzi di fiori, ad abiti, a cassette di "pesce freschissimo".
Il carnevale in senso stretto veniva ufficialmente inaugurato dal "Bando della Maschera", ovvero dalla proclamazione pubblica, alle quattro porte della città, dell'apertura dei festeggiamenti carnevaleschi. La tradizione voleva che a "bandire" il carnevale fosse la più recente sposina di sangue nobile. Ma erano poche, a quanto pare, quelle in condizioni di spirito e di intelletto disponibili a farlo. Si ripiegava quindi sui "trombetti" comunali, che su un tiro a quattro facevano il giro della città e affiggevano il bando sulle cantonate.
Il giorno dopo si apriva il Casino Civico, il circolo della buona società, con la "passeggiata delle Maschere". Vi intervenivano, in media, 25 donne, le "giovanotte più ferventi pel ballo", e 50 uomini. Questa sproporzione fra i sessi si ripeteva, aggravata, nelle feste da ballo (tre, di solito) organizzate dallo stesso Casino: nel 1835 si contarono, contro 250 uomini, appena 44 donne, e addirittura catastrofico fu il 1839, quando si recarono al ballo solo quattro donne, e "non di prima considerazione".
Il carnevale si chiudeva con un veglione mascherato al Teatro, organizzato dallo stesso impresario della stagione operistica: mite il prezzo d'ingresso (10-15 baiocchi), travestimenti realizzati in economia coi costumi dei coristi e festa che si protraeva fino alle ore piccole.
L'evento più schiettamente e tradizionalmente carnevalesco era costituito dal corso delle carrozze la sera dell'ultimo giorno di carnevale. Un tempo (si lamenta Giangi) "si contavano 80 legni e più", ma ora "le famiglie che tengono carrozza saranno 34 o 36". "Oggi" annota nel 1834 "fu scarsissimo il corso delle vetture, in numero di 42 tutte comprese, la maggior parte delle quali ben mostruose, e indecente più d'una anche di cavalli". E nel 1837: "Scarso il numero delle vetture in corso, e molte di queste miserabili e vergognose, fino una carretta con due somari strascinata dalla plebaglia la più fecciosa".
Questa carretta plebea che tenta di insinuarsi di straforo nella sfilata dei "legni" per bene è una delle scarsissime testimonianze della partecipazione popolare al carnevale. Un'altra testimonianza sono le maschere dal "volto scoperto imbitumato sconciamente". Una terza è il lancio, durante il corso delle carrozze, di confetti di gesso, farina di polenta e altro, che finiva per innescare un clima da guerriglia urbana per il vigore che "i più robusti giovanotti" mettevano "nel tirare ogni sorta di granaglie", e la cui "insolenza era giunta a segno tale, che univano agli acini le mandorle con la scorza ed anche piccoli sassetti di ghiaia".
Le tradizioni gastronomiche legate al carnevale, decadute oggi a quattro fiocchetti e due castagnole in croce, erano ancora rigogliose. Filippo Giangi, reso omaggio al "genio particolare che hanno questi miei concittadini riminesi pel mangiare", ci informa che i piatti carnevaleschi canonici erano i "pasticci", termine generico col quale si designavano sia i patè e le terrine di carne, sia le torte salate, sia, infine, i timballi avvolti in pastafrolla. Il pasticcio di maccheroni, in particolare, era il "piatto favorito degli artisti e della maggior parte del secondo ceto".
Cucinati dai pasticceri e dai caffettieri, i pasticci erano consumati a teatro, nei palchi, durante le feste e negli intervalli degli spettacoli. Tra il 1830 e il 1840 andavano famosi i manicaretti del Caffè dei Nobili, nell'odierna piazza Cavour, e quelli della Caffetteria Cervellati, in piazza Sant'Antonio (oggi Tre Martiri). Quest'ultima, nel febbraio del 1837, usò per i pasticci 236 libbre di fior di farina, pari ad 80 chili.

ANTICHI RIMEDI

Ai progressi (e agli scacchi) della scienza medica e allo smodato consumo di pillole si accompagna parallelamente, da oltre un decennio, una crescente diffidenza verso la medicina "ufficiale" e i farmaci di sintesi. Questa reazione ha fatto la fortuna delle varie scuole di "medicina alternativa" (dall'omeopatia all'agopuntura, fino alla pranoterapia e peggio) e ha incoraggiato la riscoperta dei rimedi tradizionali e naturali. Si osservi solo quante erboristerie sono spuntate.
Le ricette che proponiamo - senza metterci comunque la mano sul fuoco - sono tratte da una raccolta di "segreti" compilata nel 1781 da un frate, tale Pietro Donavita. Il manoscritto, inedito e del tutto sconosciuto, si conserva nella Biblioteca Gambalunghiana. Cominciamo con un rimedio per il "mal della pietra", cioè per i calcoli renali: "Quando la luna è piena" prescrive fra' Pietro "piglia una lumaca nuda e rompile la testa; vi troverai dentro una pietra bianca: pigliala e, fatta in polvere, bevila in un poco di vino bianco, e ti gioverà molto". Da inveterati e golosi consumatori di lumache, preferibilmente alla Borgognona, non abbiamo mai trovato nessun sassolino - ci dispiace dirlo - nella testolina dei gustosi molluschi. La prossima volta ci staremo più attenti.
Per un attacco di mal di denti fra' Pietro consiglia chiodi di garofano in polvere, miele rosato e acqua in parti uguali, da bollire "in una pignattina"; si spalma questo decotto, ancora caldo, tutt'intorno al dente che duole e il sollievo è garantito. La cura dell'insonnia è un po' più brigosa: si pigliano "olio violato", rosso d'uovo e "latte di donna" e si mescolano insieme; si bagna una pezzuola con acquavite, la si spalma con tutto il resto e la si appoggia, a mo' d'empiastro, sulla fronte di "colui che non può dormire, e faragli venir sonno". Il latte materno è certo miracoloso. Si eviti tuttavia di affamare il pupo per curare l'insonnia di papà. Il "succo di ipericon", in ogni caso, favorisce una sovrapproduzione di latte.
Un autentico toccasana è la radice di pimpinella. Portata addosso, a contatto della pelle, "da qualsivoglia persona, la preserva da ogni infezione e sospetto di peste"; portata da una donna, questa "mai si ingraviderà". Un anticoncezionale sano, efficace e a buon mercato. I distratti e le persone deboli di memoria trarranno sicuro giovamento dal portare addosso "un dente, ovvero il piede sinistro di un tasso". Altro rimedio per gli smemorati: ungersi le tempie con fiele di pernice "tanto che penetri dentro, una volta al mese". Il resto della pernice è ottimo allo spiedo. Chi è un po' duro d'orecchio, provi succo di cavoli mescolato con vino tiepido, "e sentirà" garantisce fra' Pietro "miglioramento mirabile" al suo udito.
Oltre che numerosi "segreti" medicinali, il buon padre Donavita divulga generosamente alquanti "segreti" di economia domestica (come conservare la carne, come incrementare la produzione di uova, come liberarsi dalle mosche e da altri fastidiosi animaletti, eccetera) e di cosmetica. Un'ottima polvere da strofinarsi sui denti per averli bianchissimi è il corno di capra ridotto in cenere. L'indicazione non è cervellotica, perchè la cenere di corno è purissimo carbonato di calcio.
Per la calvizie il nostro precursore di Cesare Ragazzi suggerisce due ricette infallibili. La prima è strofinarsi la pelata con grasso d'orso mescolato a cenere di ghiande. Se andare a caccia d'orso non eccita, si può ripiegare su quest'altro rimedio, che trascriviamo integralmente:

"Piglia tre rane vive, e così vive falle abbrustiare in una pignatta;
mescola la cenere con miele, e con questo ungi il luogo ove tu vuoi che nascano i capelli,
et in breve abbondantemente nasceranno".


Parola di fra' Pietro.
Altri, soprattutto le signore, possono avere la preoccupazione opposta, quella dei peli superflui. Nessun problema. Basta prendere "la lacrima della vite tagliata mescolata con olio d'oliva" e strofinare con questa miscela "il luogo dove vuoi che caschino li peli, che subito cadranno e più non nasceranno". Semmai per qualcuna (o per il suo partner) fosse ancora un problema, un altro ricettario conservato nella Gambalunghiana - questo del Quattrocento - insegna "Come fare che una donna para sempre verzena", cioè pulzella. Il procedimento è ingegnoso. Preferiamo tuttavia non divulgarlo: a scanso di complicazioni.