LA PICCOLA GLACIAZIONE Gli ottimisti sostengono che nel 2020 la temperatura media annuale del pia

Natura

LA PICCOLA GLACIAZIONE

Gli ottimisti sostengono che nel 2020 la temperatura media annuale del pianeta salirà, rispetto ad oggi, di un grado. I pessimisti parlano di tre gradi e prospettano scenari molto preoccupanti. Tutti (o quasi) sono concordi nel prevedere un aumento della temperatura causato dal cosiddetto "effetto serra". Già. Ma quali sono, in concreto, le conseguenze di un più o meno marcato mutamento climatico? Il Diario inedito del medico riminese Matteo Bruni, che copre gli anni 1569-1590, ce ne può dare un'idea.
Bruni è, in generale, un cronista frettoloso e fin troppo sintetico, che in 180 pagine manoscritte ficca più di vent'anni di storia cittadina. Solo le vicende metereologiche sembrano interessargli sul serio, sicchè il Diario si riduce, alla fine, ad una sfilata ininterrotta di piogge, nevicate, ghiacciate, nebbie e solleoni.
L'attenzione al clima è da collegare alla sua professione: come tutti i medici di stretta osservanza aristotelica, Bruni era convinto che l'andamento del tempo esercitasse un'influenza capitale sulla salute. Al freddo intenso e umido, "con brine grandissime ogni mattina", del marzo 1578 imputa, per esempio, "grandissime alterationi ne i corpi humani" e un'autentica epidemia di crisi epilettiche "gravissime e quasi mortali". Così come il freddo secco del dicembre 1580 sarebbe responsabile di numerose morti di parto.
Com'è noto, alla fine del Quattrocento si ebbe, in Europa, un generale irrigidimento del clima, conosciuto come "piccola era glaciale"; l'apice fu toccato nei terribili anni Novanta del Seicento, i più freddi - a detta di Braudel - degli ultimi sette secoli. Di questa età intirizzita Bruni è un testimone attento e talora vigoroso.
Imponenti furono le nevicate del 1570, "sì grosse e così multiplicate" racconta Bruni "che per il peso infiniti arbori" furono sradicati. Nel 1574, a novembre, "una grande neve coperse non solo il monte, ma il piano ancora, con un vento grandissimo da Settentrione"; seguirono, per tutto l'inverno, nevicate e piogge torrenziali. Nel 1575 si ebbero "così gran freddi che i fiumi agghiacciarono oltre ogni consueto". Anche nel 1583 la prima neve cadde a novembre: in quell'anno, isolati dalle nevicate, molti morirono di fame sulle montagne dell'entroterra, "e si disse anco essere calati sopra Talamello lupi affamati in gran frotta che uccisero anco alcune persone".
Terribile fu il gennaio del 1586: "La notte dell'Epifania (scese) una grossa neve;" annota Bruni nella sua prosa stringata "poi ghiaccio intensissimo, e così un giorno ghiaccio, l'altro ghiaccio e neve, durò sino alli 12 del mese, con freddi così eccessivi che molt'anni non erano stati para; e si agghiacciarono quasi affatto ne i vasi gli acquaticci, non pur nelle cannelle e alla bocca bevendo, e la neve non fu piccola". L'ultima neve di quell'anno cadde il 22 di aprile.
Nevicate ad aprile e maggio non sono, nel Diario di Bruni, eventi straordinari. Il 23 e il 24 maggio 1579 fu "tanto freddo" scrive "quanto non haveva fatto quasi il gennaro, e con neve"; e altrove: "Addì 25 (maggio 1581) fece grandine e addì 27 e 28 in molti luochi neve, e sempre freddo". Il quadro metereologico che Bruni tramanda è fatto di inverni lunghi e rigidissimi, con frequenti e abbondanti nevicate e micidiali gelate, di estati brevi costellate di acquazzoni, e di mezze stagioni nebbiose e piovosissime (lo straripamento del Marecchia era un evento abituale): è un clima, insomma, più vicino a quello inglese o irlandese che a quello italiano odierno.
La principale conseguenza dell'irrigidimento del clima sono le carestie che, dagli inizi del Cinquecento, si susseguono con tragica regolarità. Le più fiere sono quelle del 1529 (a cui tiene dietro una terribile pestilenza che a Rimini fa quasi 3.800 vittime su poco più di 6.000 abitanti), del 1569, 1572, 1574, 1581, 1587, 1590, 1591, 1592; il giro di boa del secolo non invertirà la situazione: il 1606, il 1621 e il 1622 saranno anni di vacche magrissime. Nelle ultime, stanche righe del Diario, Bruni parla di "carestie inaudite" e riferisce che nel 1592 "il frumento pubblicamente si è venduto sino alli dieci scudi d'oro e più e da taluno, con poca conscienza, non si è temuto di venderlo a' bisognosi sin a cento libre uno staro, cosa impia e nefanda e da creder a pena fra' cristiani". Se si considera, in effetti, che il prezzo del grano non superava, nelle annate peggiori, le 30 lire lo staio, la cifra di 100 lire appare vertiginosa. Quanti saranno stati i morti per fame? Quanti i morti per freddo?
Gli studiosi stimano che l'abbassamento della temperatura media annuale durante la "piccola glaciazione" - i cui effetti furono così clamorosi - sia stato di circa mezzo grado. Se nel 2020 la temperatura sarà aumentata di un solo grado, le conseguenze saranno imprevedibili, ma certo poco rassicuranti. Se sarà aumentata di tre gradi, allora sarà l'Apocalisse.

LA FRANA DI MAIOLO

La rupe di Maiolo, faccia a faccia con la guglia ventosa di San Leo, è oggi un luogo abbandonato e desolato, anche se suggestivo. Il castello, intrappolato dai rovi e invaso dalla vegetazione, è in rovina e sotto le pietre si annidano le vipere. Eppure fino all'anno 1700 fu un paese popolato e fiorente, sormontato da una poderosa rocca circondata da mura e da torrioni. "Rocca fortissima", la definiva nel 1373 il cardinale Anglico; vi abitavano, a quel tempo, il vicario del vescovo del Montefeltro e un castellano preposto alla difesa. Il borgo sottostante era popolato, allora, da quarantotto famiglie.
Nel 1700 la comunità di Maiolo contava poco meno di seicento anime. L'abitato, di una quarantina di case, alcune delle quali veri e propri palazzi, era difeso da una doppia cinta di mura. Zampillavano due sorgenti, una nel folto di un ameno boschetto. Quelle fonti, per quanto utili e pittoresche, erano purtroppo un sintomo pericoloso: quello di una falda sotterranea.
Alla fine del Quattrocento, com'è noto, cominciò a verificarsi, in Europa, un generale irrigidimento del clima, conosciuto come "piccola era glaciale"; l'apice fu toccato nei terribili anni Novanta del Seicento, i più freddi degli ultimi sette secoli. Ad inverni lunghi e rigidissimi, con frequenti e abbondanti nevicate e micidiali gelate, seguivano mezze stagioni piovosissime ed estati brevi e costellate di acquazzoni.
Il 28 maggio del 1700 si abbattè su Maiolo un diluvio d'acqua che durò quaranta ore ininterrotte. Nella notte del 29, mentre ancora pioveva dirotto, "staccossi dal monte il terreno ove era posta questa nostra terra, e rovinò tutto sottosopra, restando solo quattro piccole case verso tramontana, restando sotto le rovine della medesima morti gran parte degli abitanti": così descrive la catastrofe una cronaca manoscritta del 1737, conservata nella Biblioteca Gambalunghiana. Una rovinosa frana, insomma, spazzò via l'intero paese: crollarono le mura, le case "parte camminarono come navi, parte inghiottivansi in quel brulicame" (sono parole di Zucchi Travagli). La cronaca citata conteggia oltre cento morti. Francesco Vittorio Lombardi, studioso delle vicende storiche del Montefeltro, autore di un recentissimo saggio su La tragica frana di Maiolo dell'anno 1700, al quale in parte attingiamo, ridimensiona le cifre: i morti sarebbero stati tra i 26 e i 32, tra cui 12 bambini.
L'impressione della sciagura fu comunque grandissima in tutto il Montefeltro. Come succede (o succedeva) in questi casi, si pensò a una punizione divina. Ma quale terribile misfatto avevano commesso gli abitanti di Maiolo per meritarsi i fulmini celesti? Giovan Maria Lancisi, archiatra (ossia medico personale) di Sua Santità Clemente XI, che nel giugno del 1705 si concesse un week-end di quattro giorno nel Montefeltro, sostiene che gli sfortunati Maiolesi avrebbero "mossa una ingiusta lite col proprio Vescovo circa l'elezione del predicatore quaresimale" e che avrebbero cacciato via in malo modo il religioso designato dall'autorità ecclesiastica. Diamine. Non sembrerebbe, a occhio e croce, un crimine imperdonabile. Anche perchè, se tale fosse il metro divino, ogni giorno dovrebbero franare migliaia di città.
Nacque così la leggenda che a Maiolo si sarebbe praticato il "ballo angelico", una cosetta a mezzo tra il sabba stregonesco e l'orgia contadina, durante il quale i partecipanti danzavano nudi sotto le stelle, ubriachi fradici, per concludere la performance con esibizioni a luci rosse. E di ciò avrebbe pagato il conto, salatissimo, la piccola Sodoma feretrana.
Dopo la catastrofe il castello e il borgo furono abbandonati. I superstiti si trasferirono a valle e, come scrive l'anonimo cronista, "il dilettevole e fruttifero contorno si convertì in spaventose rupi e rupine impraticabili".

IL RAGNO DI MONTEFIORE

C'è, ma non si vede. E se anche si vedesse, è da dubitare che si presterebbe tutta l'attenzione del caso. Eppure si tratta di un'autentica rarità del regno animale. E' un ragnetto di color bruno, di modestissime dimensioni, che caccia di notte e che vive prevalentemente sottoterra. Proprio per questo è stato battezzato Mygale Sotterranea. Se ne conoscono alcune varietà, imparentate (ma non coincidenti) con quella che ha scelto come sua dimora esclusiva il comune di Montefiore. Tant'è che è chiamata Mygale Sotterranea di Montefiore.
Il merito della scoperta spetta a Massimiliano Romagnoli, farmacista ed entomologo dilettante. Esiliato dallo Stato Pontificio nel 1820 per le sue idee politiche, si rifugiò in Corsica, a Bastia. Solo nel 1847, grazie all'amnistia di Pio IX, gli fu concesso di rientrare in patria. Tornò a Montefiore, suo paese natale, per due mesi. Qui, al crocicchio detto "del Gaggio", notò alcuni nidi di Mygale. Ne catturò alcuni esemplari adulti e li mise sotto spirito.
A Bastia cominciò a studiarli. Non c'era dubbio: la Mygale di Montefiore era differente sia da quella della Corsica che da quella di Mompellier. Per Romagnoli fu una specie di colpo di fulmine. Nel 1848 - mentre in Italia e in tutt'Europa si pensava a ben altro - scrisse una circostanziata memoria sulla Mygale di Montefiore, che non è mai stata pubblicata.
Il ragnetto, oltre ad essere rarissimo, ha costumi singolari. Amante della solitudine, è un ostinato single, che rifugge la compagnia dei suoi simili anche nella stagione degli amori. E' tuttavia un genitore modello. Nella sua tana (di cui diremo) depone numerose uova, che si schiudono in luglio. I Mygalini restano con la madre sei mesi, seguendola dovunque. Dopo qualche tempo - scrive affettuosamente Romagnoli - "incominciano a gustare il piacere di allontanarsi dalle materne mura". Di notte, ovviamente. Più apprensiva di una "mamma anti-rock", la signora Mygale è costretta a rincorrerli, dannandosi l'anima, "per evitare loro ogni sinistro incontro".
A sei mesi, però, dà un taglio netto. I poveri ragnetti "vengono condotti dalla madre in luogo opportuno" e abbandonati al loro destino. La Mygale "si sottrae alla loro vista e ritorna sollecita nella sua dimora". Le conseguenze sono disastrose: "la famiglia trovasi nella più grande inquietudine, priva di ricovero, senza guida, abbandonata in balia dei suoi inimici". La maggior parte dei ragnetti ci lascia le penne; "ma i più avveduti mettono in opera l'istinto naturale" e si scavano una tana.
La Mygale - sostiene Romagnoli - "è dotata d'una meravigliosa intelligenza, superiore a quella delle numerose specie di ragni". Ciò si vede soprattutto da come fabbrica la sua tana, larga tredici millimetri e profanda ventisette centimetri. "Ciò che sorprende l'immaginazione" scrive Romagnoli "è che fornisce all'entrata una porta con battente e cerniera; questa porta si chiude ermeticamente". La porta, circolare, è dotata inoltre di piccoli buchi in cui la Mygale "introduce le unghie delle zampe, ritenendo con forza". Una specie di catenaccio, insomma. La tana "blindata" è confortevolmente tappezzata di morbida tela.
Massimiliano Romagnoli si dimostra un osservatore acuto e appassionato e uno scrittore affabile e avvincente. Un degno antenato di Piero Angela. "L'uomo" ammonisce "dovrebbe porre un particolare interesse nelle sue passeggiate, consacrando qualche momento alla storia naturale, chè ad ogni passo s'incontrano nuovi oggetti che dilettano l'immaginazione; ma invece, per stupida avversione, si calpestano e si distruggono degli esseri innocenti". Parole sante. Tali da meritare che a Massimiliano Romagnoli sia intitolata qualche associazione naturalistica o ambientalistica locale.