IL CARATTERE DEI RIMINESI Quali sono i pregi e i difetti, i vizi e le virtù dei riminesi?

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IL CARATTERE DEI RIMINESI

Quali sono i pregi e i difetti, i vizi e le virtù dei riminesi? Claudio Paci, alla fine del Cinquecento, li sospetta inclinati, piuttosto che "all'armi", "alle mollitie", ossia alla vita comoda: più al burro (si sarebbe detto in altri tempi) che ai cannoni. Lo storico Cesare Clementini, nel 1616, dopo una sommaria descrizione delle fattezze dei suoi concittadini, li giudica, quanto al carattere, di "bell'ingegno, se bene di tardo moto nell'applicarsi", essendo "di natura più flemmatici che collerici": intelligenti ma scansafatiche, come dicono gli insegnanti ai perplessi genitori. Li considera inoltre prudenti, ospitali, poco campanilisti e piuttosto invidiosi nei confronti dei più capaci e fortunati.
Ha precisato che sia Paci che Clementini non si accontentano dell'osservazione spicciola, ma deducono il carattere dei riminesi - "scientificamente" - dal segno ascendente della città che, stando ai calcoli dei più accreditati astrologi, è l'ambiguo, sensuale e pericoloso Scorpione.
Fin dai tempi di Tolomeo, e forse dei persiani, si era convinti che ogni città avesse il proprio segno zodiacale, e che da questo dipendessero il destino della città e il carattere dei suoi abitanti. Per la classe dirigente del tempo governare una città senza conoscerne il segno, era non solo rischioso, ma poco professionale. Tant'è che nel 1613 il Consiglio di Rimini, diviso tra una maggioranza scorpionista e una minoranza cancrista, incarica il segretario comunale Malatesta Porta di approfondire la questione e di riferirne. Dopo dieci anni di studi, Porta stabilirà definitivamente che il segno ascendente di Rimini è lo Scorpione.
Tratti caratteristici dell'impegnativo e imbarazzante segno sono proprio l'incostanza, la pigrizia e la sensualità. Nel 1652 un fiero cavaliere norvegese di nome Celimauro fa appendere sui muri della città un cartello di sfida in cui accusa i riminesi di giacere "mortificati da un ozio che vi avvelena il valore, mentre obliate la lizza di Marte per dar forse campo migliore ai brindisi di Bacco e agli amplessi di Venere". Sembra che nessuno si sia degnato di raccogliere la sfida.
Nel 1660 il Governatore di Rimini, il bolognese monsignor Angelo Ranuzzi, ribadisce in una memoria manoscritta che i riminesi "vivono uniti e con quiete, più inclinati a tenerezza che a ruvidezza d'affetti, e più dediti all'amoreggiare che al combattere" e che "riescono più amatori dell'ozio che del traffico". Nota, d'altro canto, che sono "per natura queruli e litigiosi". Segue il pungente e malizioso ritrattino di un'aristocrazia locale inetta e spiantata, i cui membri "si privano talvolta de' propri stabili, nè si dolgono di avere le borse esauste di denari" pur di salvaguardare le apparenze.
Lo stereotipo del riminese polemico ma bonario, sveglio ma indolente, esterofilo ma sedentario, narcisista e lussurioso sopravvive ancora nel 1864, quando Luigi Tonini, in una guida per i primi turisti, scrive che "il riminese per indole d'ordinario è pacifico" e "piuttosto lento che precipitoso"; "basso estimatore di sè e de' suoi, spesso preferisce le straniere alle cose paesane". Come sopravvive nella languida epopea dei "vitelloni" felliniani.

LE DUE CITTA'

Cadono, tra i Paesi dell'Europa comunitaria, le barriere doganali, Est e Ovest si mescolano, ma la linea ferroviaria continua a tagliare in due la città di Rimini. Questo non significa che la situazione sia immobile. Al contrario. Se fino a tutti gli anni Settanta la città estiva ha dilagato in quella invernale e s'è spinta fin sulle colline, piantandovi saldi e bellicosi avamposti, da qualche tempo in qua si assiste a un tentativo della città invernale di crearsi uno sbocco al mare. E tuttavia resta, tra le "due città", un clima quasi da guerra fredda.
Il fatto è che dietro la frattura delle "due città" sta, prima ancora che un contrasto di funzioni e di interessi, un conflitto di mentalità e diciamo pure di "culture". Il rapporto tra il centro storico e quella che è stata chiamata, per l'appunto, la "città lineare" delle attività turistiche può essere ricondotto, metaforicamente, alla dialettica fra il "cerchio" e la "linea". Da che Euclide è Euclide, il cerchio tende alla chiusura e la linea all'espansione; il cerchio delimita un'area, grande o piccola che sia, e la linea - come insegna la geometria - corre verso l'infinito. Se riandiamo con la memoria ai tempi delle vacche grasse, verifichiamo, in effetti, che il modello della "città del cerchio" era quello del castello assediato e che il modello della "città della linea" era quello dello sviluppo tumultuoso e illimitato.
Il cerchio e la linea esprimono due culture antitetiche e antagonistiche. La "cultura del cerchio" è una cultura con forti radici storiche, una marcata identità municipalistica, un alto grado di integrazione fra le persone e una sostanziale propensione al conservatorismo. La "cultura della linea", viceversa, è una cultura sradicata, cosmopolita, sensibile alle mode e tendenzialmente innovatrice. In entrambe le culture - come si vede - coesistono e si mescolano aspetti positivi e negativi.
Per una lunga fase la "cultura della linea" ha completamente oscurato la "cultura del cerchio", e non senza ragione: all'aperta, dinamica e aggressiva "cultura della linea", il "cerchio" non ha potuto opporre altro che una resistenza sorda e un po' provinciale, il mugugno nostalgico, un pizzico di letteratura e qualche rimorso. Alla metropoli balneare s'è contrapposta la felliniana Rimini "della memoria". Un po' poco, diciamolo. Di fatto la "vecchia Rimini" non esisteva più: non solo perchè apparteneva ad un altro tempo, ma perchè era scomparsa fisicamente, fra il 1 novembre 1943 e il 21 settembre 1944, sotto 372 grandinate di bombe che l'avevano ridotta a un solo, indistinto mucchio di macerie. Con le bombe era stata spazzata via una grossa fetta del patrimonio storico e artistico della città: chiese, palazzi, istituti e centri di vita culturale e associata; insieme col patrimonio storico e artistico, era andato perduto molto dell'identità collettiva dei riminesi. La cultura cosciente di Rimini era quella della "linea"; la "cultura del cerchio" resisteva, al più, come cultura sotterranea, rimossa, inconscia. Moriva, puntualmente, ogni estate; puntualmente resuscitava ogni inverno.
Va detto che fino a ieri questa schizofrenia non ha affatto nuociuto alla città: lungi dall'essere un elemento di debolezza, le contraddizioni (tra conservazione e innovazione, chiusura e apertura, disgregazione e aggregazione, provincia e metropoli) hanno costituito un fattore di vitalità e di forza.
Oggi, però, rischiano di farsi esplosive. Rimini ha un'identità precaria. Poichè le manca il senso della comunità, l'interesse individuale fa aggio, di norma, su quello collettivo. In tempi "normali" la cosa non preoccuperebbe più di tanto. Ma davanti ai problemi nuovi e complessi che si pongono alla città, la mancanza d'identità non ne favorisce di certo la soluzione.
Come nella vita degli uomini, così in quella delle città affiora, nei momenti di difficoltà, il richiamo dell'inconscio, e oggi il "cerchio" presenta il conto alla "linea". La partita aperta tra le "due città" è a un punto critico. Lo scontro può produrre solo effetti irrazionali, intolleranti e autolesionistici. La sola strada ragionevole e utile è la riconciliazione delle "due città". Per percorrerla è necessario coniugare i tratti positivi della "cultura del cerchio" e della "cultura della linea": il legame con le proprie radici e l'apertura al nuovo, lo spirito di comunità e l'ospitalità, l'identità cittadina e il cosmpolitismo, la carica imprenditoriale e il rispetto delle regole, l'interesse di ciascuno e quello di tutti. La figura geometrica che ne uscirà è probabilmente una dolce linea ondulata.

PAROLE NUOVE

Si ricorderanno certamente le polemiche furibonde sul verbo "riminizzare", che secondo un accreditato dizionario significherebbe far scempio di un territorio con un diluvio di colate di cemento e una politica urbanistica allegra. Che Rimini sia stata "riminizzata", è difficilmente contestabile. Va detto, tuttavia, che il termine non solo non apparteneva al linguaggio comune (e neppure a quello tecnico), ma era, a Rimini, totalmente sconosciuto, come ha provato un successivo sondaggio: per la maggior parte dei riminesi "riminizzare" significherebbe accogliere i turisti con la tradizionale ospitalità e cordialità romagnola. Il termine, insomma, è linguisticamente sospetto.
E sì che Rimini ha dato e continua a dare una grossa mano ai compilatori di dizionari. Poichè, come dice il filosofo, "nomina sunt consequentia rerum" (i nomi derivano dalle cose), la continua invenzione di oggetti e fenomeni ha prodotto un'altrettanto massiccia invenzione di parole. Su "Lingua nostra" - la prestigiosa rivista di linguistica e lessicologia fondata da Bruno Migliorini e Giacomo Devoto - si ritrovano svariati neologismi d'origine nostrana, da "vinoteca" a "sessificio". Proprio a Rimini, per l'esattezza in via Pascoli, è nata agli inizi del anni Settanta la prima "paninoteca" di nome, oltre che di fatto. Da "paninoteca" e "discoteca" è stata in seguito generata, qui e altrove, una folta progenie di termini col suffissoide "-teca". Quanto a "sessificio", estremizzazione di "divertimentificio" (altra parola di conio riminese), secondo l'estensore della voce - Fabio Marri -, "qualifica l'industria turistica riminese a corto di risorse naturali". Segue una citazione di Grillini, dell'Arcigay, per il quale "il sessificio è parte integrante della struttura economica di Riccione".
Fra le prime parole che Rimini ha regalato alla lingua di Dante c'è "birro", italianizzazione del romagnolo "bèr" ("ariete" o, molto meglio, "montone"), che rende bene il gettarsi a testa bassa su qualsiasi cosa assomigli, anche vagamente, ad una sottana. "Vitellone" invece, benchè ispirato a "birro", è schietta invenzione felliniana.
Fra le ultime parole, è doveroso ricordare "aquafan", ormai sinonimo di parco acquatico: termine elegantissimo, dal latina aqua, senza la "c" (sicchè scrivere "acquafan" è errore blù). A proposito di blù: espressione consolidata è anche "blue line", ora diventata titolo d'un film: ma forse per l'autobus dei "discotecaioli" era preferibile inventare una parola italiana.
Criticato a sinistra, ma d'uso ormai generalizzato, è il termine "vù cumprà" (o "vu' cumprà": noi suggeriremmo "vuccumprà"). Sbaglieremo, ma la nostra modesta opinione è che non sia espressione insultante e razzistica; è comunque più affettuosa e certo più immediata di "extracomunitario" e "terzomondiale", raggelate e raggelanti parole del gergo politichese e assistenzialese.
Quanto infine a "mucillagine", il termine non è certo nostrano; è qui però che la cronaca lo ha sottratto ai dotti e regalato alle masse. La variante popolaresca "maciullagine" è sì scorretta, ma restituisce meravigliosamente gli incubi - ed anche la sensazione al tatto - suscitati dallo sciagurato fenomeno.

IL "BIRRO"

Birro (dal riminese "bèr": "ariete", o meglio "montone") è parola intraducibile per la sua mirabile ricchezza di sfumature: specchio, a sua volta, di un altrettanto ampio ventaglio di contesti storici e geografici. Per intenderci: il birro degli anni Cinquanta e quello degli anni Settanta occupano differenti gradini della scala evolutiva; analogamente, tra il birro di Gatteo e quello di Riccione corre la stessa distanza che tra il mastino e lo yorkshire. La nascita del termine "birro" va collocata alla fine del secondo anteguerra o al principio del dopoguerra. Inutile scartabellare cronache e articoli di giornale ottocenteschi a caccia di una parola che, all'epoca, evocava non i riti più o meno evoluti e raffinati della seduzione, ma le angherie poliziesche ("birro", cioè sbirro, era allora sinonimo di guardia papalina prima e regia poi). La figura del birro, in effetti, è indissolubilmente legata all'irruzione del turismo di massa. E' alla fine degli anni Venti che sulla costa romagnola, per un'azione combinata dell'imprenditoria locale e delle istituzioni fasciste (prima fra tutte l'Opera Nazionale Dopolavoro), il rarefatto soggiorno di ristrette élites aristocratiche e alto-borghesi si trasforma nella brulicante vacanza del ceto medio e delle prime "avanguardie" operaie.
Il birro di nome e di fatto è dunque personaggio relativamente recente, anche se ha dei padri e dei nonni. Birri ante litteram (e piuttosto primitivi, diciamolo) sono i tre "giovanetti di poca età" che il 29 luglio del 1823 (vent'anni giusti in anticipo sull'inaugurazione del primo Stabilimento Bagni) importunano le signore al seguito di Luciano Bonaparte, giunto a Rimini per fare i bagni del mare, avvicinandosi ai "casotti" per "osservare dalle larghe fenditure delle tavole chi vi era dentro a bagnarsi" e apostrofandole con "proposizioni sfacciate": col risultato che l'illustre ospite se ne ripartirà furibondo e non metterà più piede nella futura capitale delle vacanze.
Un habitat favorevolissimo alla proliferazione dei birri è quello che il riminese Achille Serpieri tratteggia, nel 1884, nelle sue memorie: "Ognuno sa che per la maggior parte di quelli e quelle che si recano alla bagnatura e che fan credere d'intervenirvi per ragioni di salute, è questa puramente secondaria, avendo invece preventivamente calcolato di divertirsi e di abbandonarsi liberamente ai più spigliati desideri. Da tutto questo ben di Dio succede un emporio d'avventure galanti di ogni genere e specie, ed è sufficiente che un giovanotto sappia darsi qualche poco d'importanza per rinvenirvi quello che cerca". "A parte la modestia," tiene a precisare Serpieri "io pure posso asserire che ogni anni trovava quello che cercava". Se è l'atto di nascita ufficiale del birro, c'è da deplorare che non se ne sia celebrato, una decina di anni fa, il centenario.
Birri veraci sono indubbiamente gli "uomini gagliardi" che il famoso igienista e sessuologo Paolo Mantegazza, direttore per dieci anni dello Stabilimento Bagni di Rimini, sventola davanti agli occhi delle "figlie di Eva", e in particolare delle signorine da marito, delle "mammine", delle quarantenni piacenti e delle straniere. E' proprio Mantegazza a teorizzare fin dal 1870 gli effetti rinvigorenti, solleticanti e afrodisiaci dei bagni marini ("eccitamento dell'amore in ambo i sessi"), a dipingere la spiaggia come un "convegno di delizie" e a lanciare, insomma, il binomio mare-sesso. Se non proprio l'"inventore" del birro, lo si dovrà considerare almeno il profeta.
In un'ideale periodizzazione, bisognerà distinguere cinque fasi. Nella prima, che va dalla nascita della civiltà balneare alla prima guerra mondiale, il birro coincide col tombeur de femmes: d'elevata condizione sociale, nutrito di cultura romantica, spesso su posizioni radicali, focoso e temerario, si considera un insuperabile stratega ed elabora piani complicatissimi per espugnare fortezze pronte alla resa immediata.
Il clima euforico del dopoguerra e il rilassamento dei costumi dei "ruggenti" anni Venti generano una sorta di distaccato professionista della seduzione. Disincantato e blasè, frequentatore assiduo del Grand Hotel, del Kursaal e degli altri luoghi deputati e habituè dei locali notturni, predilige il gioco di rimessa. (Il birro annoiato è schizzato da Fellini in un personaggio di Amarcord).
Il birro ruspante compare sulla scena balneare romagnola intorno alla metà degli anni Trenta e tocca il suo apogeo alla fine dei Cinquanta, in coincidenza col boom del turismo straniero e tedesco in ispecie. Famelico, di gusti semplici, generoso, non fa distinzioni di passaporto, condizione, età, appetibilità. Reclutato perlopiù tra i bagnini, mosconai, camerieri, precari d'ogni tipo e studenti in vacanza (importato, più in là, dall'entroterra), fa parte dell'offerta turistica, come gli ombrelloni, gli sdrai e i pedalò. La civiltà contadina in cui è radicato sopravvive nei racconti invernali, che coincidono, prede a parte, con quelli dei cacciatori.
Gli succede, alla fine degli anni Sessanta, il play-boy, specializzato nel sesso veloce e competitivo. Adotta ritmi da catena di montaggio (ma cos'è, una macchina?) e vanta prestazioni da "Guinness dei Primati". Il birro declina negli anni Ottanta. Ne sopravvivono alcuni esmplari in quel di Sant'Ermete, protetti dal WWF(!)

I NOMI DELLE VIE

Dell'antica toponomastica cittadina Rimini - com'è noto - conserva ben poco. Per due volte di seguito, nel secolo scorso, si provvide a ribattezzare le piazze e le strade del centro.
Nel 1862, all'indomani dell'Unità, Rimini attuò una vera e propria rivoluzione toponomastica. Decine di piazze, vie, vicoli perdettero la tradizionale, spesso plurisecolare denominazione - legata perlopiù a santi, chiese, edifici pubblici, famiglie importanti, attività artigiane, tratti caratteristici e bizzarrie del luogo - e ne acquistarono un'altra nuova di zecca, che di norma era una sovrapposizione "dotta" al vecchio nome popolare. Una sorta di vergogna per le proprie radici fu alla base del radicale "ripulisti". Fu così che, per citare solo i casi più eclatanti, piazza Sant'Antonio diventò piazza Giulio Cesare, la Via Maestra corso d'Augusto e piazza della Fontana piazza Cavour. Via del Rigagnolo della Fontana - così chiamata perchè vi correva uno scolo a cielo aperto - assunse il più dignitoso nome di via Gambalunga.
Fu, in sostanza, un'operazione di rimozione (anche in senso freudiano) delle tracce plebee e di riscrittura aulica, con l'ovvio ricorso ai luoghi comuni della storia locale e dell'epopea risorgimentale. La caduta dello Stato Pontificio trascinò con sè la rottura della memoria storica. Più "ideologica" ancora fu la revisione toponomastica del 1894, che soppiantò le superstiti denominazioni tradizionali con nomi di riminesi celebri (da Bertola a Battarra, da Michele Rosa a Giovanni Bianchi), ma soprattutto con personaggi ed eventi del Risorgimento: visto, questo, da un'angolatura schiettamente repubblicano-radicale (Mazzini, Garibaldi, Bertani, Cattaneo, Pisacane, Saffi, Venerucci, ecc.) e, non di rado, massonica. Tutte le "bandiere" delle battaglie anticlericali ebbero la loro via: da Bruno a Savonarola, dallo scrittore "neoghibellino" Guerrazzi al XX Settembre, data della breccia di Porta Pia e della presa di Roma.
Prodotto di una più o meno lunga sedimentazione storica, la toponomastica di una città ha parecchi strati relativamente omogenei e, quindi, non troppo difficili da individuare. Quella di Rimini mostra un sottile strato tradizionale (via Ducale, per esempio, e gran parte delle vie del borgo di San Giuliano: via Ortaggi, via Padella, ecc.), un cospicuo strato postrisorgimentale e strati, straterelli e "stratoni" successivi.
Lo strato fascista è identificabile nelle vie intitolate ai concittadini morti nelle guerre d'Africa e in quella di Spagna (da via Dario Campana a via Coletti), nonchè ai luoghi dai nomi esotici delle battaglie per la conquista dell'Impero (molte traverse di via Tripoli). L'"epurazione", evidentemente, non fu completa. In proposito si ricorderà che una decina d'anni fa, in polemica con l'Amministrazione Comunale, un gruppo di partigiani ricoprì nottetempo i cartelli delle vie "nostalgiche" con altri a denominazione antifascista controllata.
Lo strato del secondo dopoguerra è per altro leggibile nei nomi dei caduti nella guerra di Liberazione, a cominciare dai Tre Martiri, dei luoghi degli eccidi e delle vittime dei bombardamenti.
Ma anche lo sviluppo impetuoso e caotico della città e la sua espansione tumultuosa negli anni Sessanta sono visibili, in controluce, nelle "serie" (come le figurine degli stessi anni) dei nomi di scrittori, artisti, musicisti, opere liriche, Paesi, regioni, città, costellazioni, piante, animali, e chi più ne ha più ne metta. Con punte - diciamolo - di rara goffaggine, come via del Cavallo. E buon per noi se ci sono state risparmiate via dell'Asino, via del Maiale e tutto il resto della Vecchia Fattoria-ia-ia-ò.
E' un'esplosione toponomastica che fa il paio con l'esplosione urbanistica. Sono gli anni, del resto, in cui agli alberghi si impongono i nomi delle saponette: Camay e Amoha.
Anche gli ultimi strati sono eloquenti. Lo "sviluppo guidato" dei Piani per l'edilizia economica popolare degli anni Settanta e Ottanta si accompagna da un lato ad un recupero critico della storia locale e, dall'altro, alle tematiche emergenti. Seppur decentrate ai confini di Montescudo, le vie intitolate alle prime donne che si batterono per l'emancipazione e i pari diritti (da Argentina Altobelli a Carlotta Clerici, a Maria Goja) documentano, indubbiamente, una qualche attenzione al movimento femminista.