I NEMICI DEL BALLO La querelle se regolamentare o no l'orario delle discoteche ha dei precedenti

Divertimenti e attrazioni

I NEMICI DEL BALLO

La querelle se regolamentare o no l'orario delle discoteche ha dei precedenti storici. Fu nel febbraio del 1694, a carnevale, che il vescovo di Rimini, il cardinale Domenico Maria Corsi, tentò di raffreddare un po' gli entusiasmi festaioli dei riminesi. Non impose un divieto generale, troppo impopolare, ma si limitò, astutamente, a proibire alle ragazze da marito di modesta condizione di mascherarsi e di "ballare ne le feste pubbliche", pena la restituzione della dote che il comune regalava alle meno abbienti. Il provvedimento - scrive il cronista Girolamo Cirelli - "dispiacque a tutti i discoli" e sollevò un'ondata di malumore contro il vescovo e i suoi consiglieri, "e massime i Gesuiti".
I risultati non furono però quelli che il cardinale Corsi si attendeva, tant'è vero che dovette mobilitare gli sbirri e spedirli "a casa di quelli che facevano feste da ballo" a dar la buona notte ai suonatori. L'eccessivo rigore provocò "gran disgusto non meno a' plebei che a' nobili". Ironia della sorte, nel Teatro pubblico si rappresentava, in quegli stessi giorni, l'opera Non tutto il male vien per nuocere. E a questa salomonica conclusione sarà arrivato, più o meno volentieri, anche il vescovo Corsi, che l'anno dopo evitò accuratamente di scontrarsi coi patiti del ballo.
Un'analoga offensiva fu tentata, un secolo dopo, dal vescovo Vincenzo Ferretti, che già nel marzo del 1786, precorrendo il "palloncino", aveva emesso un bando contro gli ubriachi, e nel febbraio del 1788, d'accordo col Governatore Antonio Vais Fugagnoli, aveva sollecitato il Cardinal Legato a sopprimere il carnevale. Imprudentemente, perchè il Legato Niccolò Colonna, quantunque porporato, era un baldo quarantenne poco attratto dalle pratiche quaresimali. Nel marzo del 1791, infatti, annoiato a morte da Ravenna, città troppo tranquilla, verrà a passare il carnevale nel "divertimentificio" riminese, dove andrà a teatro, giocherà a tombola e parteciperà al veglione dell'ultimo giorno di carnevale, spassandosela un mondo fino alle 7 e mezza del mattino.
Il veglione, per puro dovere di rappresentanza, fece una capatina anche il vescovo Ferretti. Masticando amaro e legandosela al dito. L'anno seguente, assente il Legato, si prese la rivincita. Il 27 gennaio, informato che in casa di Lucietta Pivi, discotecara ante litteram, si ballava la "controdanza", equivalente settecentesco del rock, "dette ordine agli sbirri di andar a legare li sonatori". Il giorno dopo fece arrestare l'intraprendente Lucietta: "Quanto chiasso, quante ciarle!" esclama il cronista Nicola Giangi. Un commento molto simile a quello che fa dentro di sè, sbirciando le "civette" dei giornali, il cronista dei nostri giorni.

FENOMENI DA BARACCONE

L'Ottocento, come tutti sanno, è la stagione d'oro dei "fenomeni da baraccone". Ricchi e poveri, patrizi e plebei, istruiti e analfabeti sembrano provare un'attrazione irresistibile, spesso ingenua e talvolta morbosa per ciò che è strano, meraviglioso, esotico, mostruoso. Si mostra di tutto: manichini di cera e automi, bestie feroci e cristiani, autentici scherzi di natura e assemblaggi truffaldini. C'è chi - come Barnum - si costruisce un impero sulla curiosità e sulla credulità del pubblico.
A Rimini il luogo deputato per l'esposizione dei "fenomeni da baraccone" è la piazza di Sant'Antonio (oggi Tre Martiri), cioè il vecchio foro romano: cuore, fin dalle origini, delle attività commerciali, dei mercati, delle fiere, dello "struscio" degli sfaccendati. Li si esibisce in qualche sala privata e soprattutto in alcune botteghe, a cominciare da quella detta "del Verucchiese". Per entrare si paga una cifra modesta: di solito un vile baiocco.
Imperversano quelli che vengono chiamati "i gabinetti delle cere": riproduzioni più o meno fedeli e "parlanti" di personaggi famosi della storia e della cronaca, scomparsi e viventi. Nel marzo del 1820, in una bottega sulla piazza, "si fa vedere un piccolo gabinetto di statue di cera di poca meraviglia". Chi effigino, non sappiamo. Raffigurano invece le teste coronate di tutt'Europa le figure di cera esposte nel maggio 1814 in una baracca costruita in piazza della Fontana (oggi Cavour); Filippo Giangi - il cronista a cui spesso e volentieri attingiamo - commenta che "le figure non sono troppo belle, ma il vestiario e l'apparato del Gabinetto sono sorprendenti": tant'è che per ammirarle occorre sborsare tre baiocchi. Ancor più interessanti e sofisticati sono i manichini di cera mostrati nel maggio del 1812 nella bottega del Verucchiese, che, "mediante un macchinismo, muovono da sè la testa, gli occhi, le mani".
Esibire animali di paesi lontani è una vecchia tradizione. Nel lontano 1630 desta grande impressione l'arrivo a Rimini di un elefante, di proprietà di due francesi. Nel luglio del 1782 un certo Nicoletto Vida mostra nel cortile del Governatore un notevole numero di "fiere oltramontane in gabbioni di ferro"; lo zoo viaggiante comprende due leoni (maschio e femmina), una tigre splendida per stazza e pelo, una pantera, un leopardo, una iena, un'alce, un'aquila, un avvoltoio e un orango (che il cronista chiama, storpiandone clamorosamente il nome, "arangotante"). Nel marzo del 1817, dietro uno steccato di tavole piantato nell'odierno corso d'Augusto, "si fanno vedere molte fiere". Nel luglio del 1811 è mostrata una "foca, ossia vitello marino" proveniente dalla "Tartària". Giangi, non molto forte in zoologia, la definisce "un pesce". La foca, che è femmina e incinta, esegue vari esercizi agli ordine del padrone. L'intera città corre a vederla. A volte, in mancanza di meglio, si espone un animale insolito catturato nei dintorni: è il caso del malcapitato pellicano atterrato sulla spiaggia di Bellaria nel 1816, acchiappato al volo da un contadino, venduto al conte Ricciardelli e mostrato al pubblico nel palazzo Belmonti.
Fra animali esotici e "selvaggi" non sembra passi una grossa differenza, perchè anche i secondi si esibiscono davanti al c¢lto pubblico e all'inclita guarnigione: nel giugno del 1812, nella sala Bonarroti, in piazza Sant'Antonio, si mostrano per un baiocco "tre pigmei dell'isole Filippine": due donne di 34 e 22 anni e un bambino di 8 anni. La più attempata è alta 33 pollici (circa un metro); l'altra è leggermente più alta, "però" osserva Giangi "assai più bella e di bona grazia". Tutt'e due ballano "passabilmente bene". Essendo nate a Parma, al cui duca erano state regalate, le signore extracomunitarie parlano l'italiano alla perfezione. Per soprammercato (e a riprova di quanto detto sopra) si presenta uno scimmiotto "che fa molte cose belle al solo comando del padrone".
Non possono mancare, ovviamente, i "mostri", di cui la gente è crudelmente avida. La donna barbuta è mostrata nel settembre del 1815 (una sua antenata di 14 anni era sostata a Rimini nel 1627): l'onor del mento della donna è paragonato da Giangi a quello dei Cappuccini. Le sorelle siamesi sono esposte, "nello spirito", nel maggio del 1812. Giangi annota che una ha i capelli rossi e l'altra neri e tiene a farci sapere che la prima, vissuta qualche minuto dopo la nascita, è stata battezzata. Nel settembre del 1818 "si fa vedere un uomo senza braccia che scrive, carica e scarica una pistola, mangia e beve: il tutto coi piedi". Ma in questo caso si è al confine tra il fenomeno da baraccone e lo spettacolo di abilità.

IMPROVVISATORI E VENTRILOQUI

Nell'Ottocento, mentre imperversano nelle piazze i "fenomeni da baraccone" (bestie feroci, uomini "selvaggi", scherzi di natura, statue di cera e strani marchingegni), i teatri e le sale pubbliche ospitano volentieri non solo cantanti, concertisti e attori più o meno dotati e famosi, ma la grande e variopinta famiglia degli illusionisti, dei ventriloqui, dei saltimbanchi, degli atleti e di chiunque è capace di sbalordire un pubblico altrettanto amante del sensazionale che ingenuo. Nella seconda metà del secolo la maggior parte di questi "artisti" si trasferirà nei circhi. Di alcuni, invece, si perderà la razza.
Popolarissimi tra Settecento e Ottocento e ospiti abituali dei salotti più altolocati, gli improvvisatori di versi saranno destinati a una lenta estinzione. Oggi ne sopravvive uno solo: Roberto Benigni. Nel marzo del 1817, nella Sala comunale (l'attuale Sala dell'Arengo), riscuote un buon successo "il bravo improvvisatore Pistrucci"; è viceversa un fiasco, nel settembre dello stesso anno, l'esibizione del poeta Fidanza. Alcuni improvvisatori sono degli autentici virtuosi, capaci di performances da maestro di scacchi. Il bolognese Giacomo Leonesi, figlio di un ricco industriale e già acceso filofrancese, che nell'agosto del 1821 si esibisce nella Sala comunale, è in grado di improvvisare tre sonetti contemporaneamente, dettando il primo verso di ciascuno, poi il secondo e così via. Il soggetto e le rime, per soprammercato, sono suggeriti dal pubblico.
Un piccolo mostro di bravura è la bambina forlivese Ifigenia Gervasi, di dieci anni, che nell'aprile del 1820 dà un "piacevolissimo trattenimento" nella Sala comunale. Prezzo del biglietto: dieci baiocchi. A metà strada tra Mozart e un pappagallo ammaestrato, la piccola Ifigenia lascia tutti incantati, rispondendo "francamente e con vero sentimento" - racconta Filippo Giangi - a circa duecento quesiti di storia, astronomia, fisica, eccetera, "estratti a sorte da una raccolta di quattromila e più". "Senza confondersi o intoppare" - aggiunge il nostro cronista - la bambina infila uno dopo l'altro "bei motti, sentenze e sonetti dei migliori autori". Un successone. Peccato che a noi ricordi tanto i telequiz del "signor Mike".
Nell'agosto del 1818, al prezzo di 20 baiocchi, si esibisce nel teatro dei Condomini il noto ventriloquo francese Faugier che, servendosi di alcuni manichini, inscena dialoghi a due, tre e quattro voci, tutte differenti e distanti. Nel settembre del 1816, nello stesso teatro, il prestigiatore bolognese De Rossi esegue notevoli "giochi di destrezza, di carte e fisici". Giangi annota che per i suoi numeri illusionistici De Rossi utilizza "un bel numero di macchine e molto ben lavorate".
Nel maggio del 1808 dà spettacolo un "passeggero" di cui ignoriamo il nome, che esegue "piccolissime sonate al pianoforte" (e fin qui niente di straordinario), tocca il ferro incandescente con le mani e coi piedi e beve l'olio bollente.
Intanto, nel chiostro di San Domenico, riscuotono un grosso successo i cavallerizzi francesi della rinomata compagnia Tournier, e nella sala Tingoli, in piazza Sant'Antonio (oggi Tre Martiri), si esibisce la valente spadaccina Rosa Mariani. La signora - "oltre che essere molto ben fatta di corpo" (assicura Giangi) - tira di scherma molto meglio dei numerosi giovanotti riminesi che ne raccolgono la sfida e che vengono sistematicamente infilzati in singolar tenzone. Anche i migliori schermidori locali debbono inchinarsi alla bella Rosa. E non per cavalleria.

PRIMA DEL CINEMA

Mentre anche a Rimini vecchie e "gloriose" sale cinematografiche chiudono malinconicamente i battenti, facciamo un bel passo indietro e andiamo a riesumare i precursori ottocenteschi del cinema.
In origine il cinema - com'è noto - rientra a pieno titolo tra i "fenomeni da baraccone", ultimo anello di una lunga catena di marchingegni meccanici e ottici che cercavano di simulare la realtà aggiungendo all'immagine il movimento. La prima strada imboccata, sulle orme del teatro, è quella dei manichini animati e delle statue di cera semoventi: in una parola, degli automi. Nel maggio del 1812, in una bottega di piazza Sant'Antonio (poi Giulio Cesare e oggi Tre Martiri), è mostrata - racconta Filippo Giangi - "un'intera famiglia di statuette di cera" che, "mediante un macchinismo, muovono da sè la testa, gli occhi, le mani". Abbastanza spesso le statue compongono più o meno complesse scene d'argomento storico o biblico. Nel gennaio del 1821, nella chiesa sconsacrata di Santa Appollonia, sono esposti manichini di cera che, animati da "molle invisibili", rappresentano l'episodio del convitto di Baldassarre: il profeta Daniele, dopo aver attraversato il palcoscenico, si presenta al re e gli spiega a gesti l'arcano delle tre parole da lui sognate, per poi tornare docilmente al punto di partenza. Rappresentano invece la passione di Gesù le statue "moventi la testa, gli occhi, la bocca", che nel giugno del 1835 si esibiscono in una bottega della Via Maestra (l'odierno corso d'Augusto). Si faccia caso che i soggetti del "teatro meccanico" precorrono quelli dei primi cortometraggi "di fiction".
Nel settembre del 1833, in un teatrino privato riminese, è esposto un "gabinetto di meccanica" composto da oltre centocinquanta statue "alte mezzo braccio", tutte animate; "si vede anche la luna fare il suo giro," annota Giangi "crescendo e calando gradatamente, e altri naturali fenomeni". Autore dell'ingegnoso e impegnativo meccanismo, degno di un Rambaldi, è Domenico Barbagelata, genovese. "Lavoro di sorprendente ingegno" è definito giustamente da Giangi il "gabinetto pittorico-meccanico" ospitato nel luglio del 1839 nel palazzo Belmonte-Cima. L'"oscura notte stellata" cede al chiarore dell'alba; due saltimbanchi ballano sulla corda; sul ponte di Praga passano uomini, animali, carrozze, mentre la Moldava scorre, solcata da barche e battelli: ecco alcuni "quadri", di "una tale viva naturalezza da ingannare e sorprendere chiunque", inscenati dal fantastico "gabinetto", opera di un veneziano.
Meglio ancora degli spettacoli meccanici precorrono il cinema quelli ottici, a cominciare dal "cosmorama", che approda a Rimini, portato da un francese, nel maggio del 1833. Che cosa sia il "cosmorama" lo spiega in poche parole Filippo Giangi: "può assomigliarsi" dice "ad una lanterna architettonica, dove, per mezzo di grandi lenti convesse, si vedono i migliori monumenti e le fabbriche più cospicue d'ogni città, sei per volta". Si tratta insomma - a quanto par di capire - di una sorta di proiettore di lastre di vetro dipinte con colori trasparenti. L'ottimo successo raccolto dal "cosmorama" d'Oltralpe incoraggerà un "giovane industrioso" riminese, Giuseppe Sabbatini, a costruirne uno analogo, che sarà inaugurato qualche mese dopo, nell'ottobre del 1833. Tra le lastre proiettate, tutte vedute di luoghi famosi, una con "la nostra piazza della Fontana", oggi piazza Cavour. Antenato legittimo del cinema, il "cosmorama", ma anche di "Italia in Miniatura".
Un bel diorama con diverse vedute de' monumenti più celebri e de' fatti storici li più distinti è mostrato infine, nell'aprile del 1843, da un altro concittadino, tale Cordella, scappato precipitosamente da Rimini vent'anni prima per aver fatto regolare promessa di matrimonio, il birbante, a tre ragazze contemporaneamente. "Ora" scrive Giangi "gira il mondo con questa macchina già da più anni". Molto interessante è la postilla che lo strumento "si possiede anche particolarmente", cioè privatamente, "da qualche giovanetto" riminese: sono i bisnonni dei cineamatori.

L'ATTORE LUIGI DOMENICONI

Il più grande attore riminese dell'Ottocento e forse di tutti i tempi fu quel Luigi Domeniconi al quale sarà poi intitolato il primo Politeama, l'arena estiva che sorgeva non lontano dallo Stabilimento Bagni e che fu attiva dal 1869 al 1884.
Nato nel 1786, Domeniconi fu accolto, giovanissimo, dalla compagnia di Elisabetta Marchionni, attrice di grande temperamento, idolatrata dal pubblico e nelle grazie dei principali drammaturghi del tempo, da Vittorio Alfieri a Silvio Pellico. Nella compagnia Marchionni, in cui militò quindici anni, Domeniconi ricoprì all'inizio il ruolo di primo attor giovane e poi quello di primo attore. La compagnia fu la prima a rappresentare la Francesca da Rimini del Pellico e Domeniconi interpretò il personaggio di Paolo il Bello. Se vogliamo farci un'idea della messa in scena, andiamo al Museo della Città e osserviamo il dipinto (che raffigura Paolo e Francesca) di Clemente Alberi, recentemente acquistato: i fondali, i costumi, i gesti (teatrali, va da sè) non saranno stati gran che diversi.
Nelle interpretazioni di Domeniconi sappiamo sostanzialmente poco. Appartenne alla prima generazione degli attori romantici, impegnati in ruoli gagliardi, enfatici e sopra le righe. Fu perciò, in qualche modo, il caposcuola di una lunga e ininterrotta serie di "mattatori" che va da Salvini a Novelli, a Zacconi, a Ruggeri, fino a Benassi, Gassman e Carmelo Bene.
Con la compagnia Marchionni fu a Rimini per la prima volta nell'ottobre del 1822, quasi di straforo. Si era appena esibito trionfalmente nel teatro di Cesena e qui diede una sola rappresentazione del Filippo di Alfieri. Specializzato in ruoli di tiranno, anche per il suo fisico vigoroso, Domeniconi ricopriva la parte del re macedone, protagonista assoluto della tragedia. Il pubblico accorse numeroso, ma l'accoglienza, a quanto par di capire, fu poco calorosa. Il cronista Filippo Giangi parla di una "discreta riuscita", che è quanto dire un mezzo fiasco. Nessuno è profeta in patria, e tanto meno se la patria e Rimini. Sta di fatto, in ogni caso, che Domeniconi lasciò passare dieci anni esatti, prima di rimettere piede nella città natale. Tornò nel settembre del 1832, per dieci recite. Nel frattempo si era messo in proprio e dirigeva una compagnia che aveva come prima attrice la brava Pelzet. Giangi loda l'"eccellente tragica", ci informa che gli spettatori erano accorsi numerosi e che "il pubblico è stato soddisfattissimo", precisa anche il prezzo del biglietto (dieci baiocchi per i "distinti" e sette per i "popolari"), ma non spende una sola parola sull'interpretazione del concittadino Domeniconi. Va' a capire perchè.
La compagnia Domeniconi ritornò nuovamente a Rimini, agguerritissima, nell'agosto del 1836. Era composta da più di trenta persone, fra tecnici e attori, a cominciare dalla prima attrice Carolina Internari, "una delle più insigni comiche del giorno", quantunque (annota poco cavallerescamente Giangi) "giunta oltre la mezza età". Diede otto affollatissime recite nel Teatro dei Condomini e incassò più di quattrocento scudi sonanti. La recensione di Filippo Giangi è sbrigativa e per niente diplomatica: "Domeniconi è un buon comico, e così pure il primo amoroso"; anche "il caratterista è nobile e bravo assai"; ma gli altri attori "sono mediocri, e le voci di quasi tutti, compresa l'Internari, non sono perfettissime".
Domeniconi tornerà a Rimini un altro paio di volte. Nel 1847, dopo un'esperienza a Napoli finanziariamente disastrosa, diverrà capocomico della Reale Compagnia Sarda. Nel 1863, colpito da infarto durante una recita, sarà costretto ad abbandonare le scene. Morirà a Roma nel 1867. Per inciso: il medico Claudio Tintori, fondatore, coi fratelli Baldini, del primo Stabilimento Bagni, era suo nipote.

ROSSINI STRONCATO

Anche a Rimini, nel Teatro dei Condomini (che aveva sede nel palazzo comunale), furono rappresentate numerose opere di Rossini. Per sapere come furono accolte, bisogna sfogliare le cronache manoscritte del tempo, e in particolare quella di Filippo Giangi. Il quale, oltre a gestire una bottega in piazza Sant'Antonio (oggi Tre Martiri), suonava il flauto, sapeva dirigere un'orchestra e aveva aperto una scuola privata di canto, con parecchi e dotati allievi. Non era, insomma, un semplice appassionato, ma un "addetto ai lavori". Tanto più interessanti, quindi, appaiono i suoi giudizi sul "cigno di Pesaro" (definizione involontariamente comica, data la stazza del musicista, piuttosto da tricheco).
La prima opera di Rossini presentata a Rimini fu L'italiana in Algeri, composta nel 1813 e data qui nel dicembre del 1814. Il primo impatto delle orecchie del Giangi e dei melomani riminesi con la musica di Rossini non fu propriamente entusiastico. Ad onta del "vestiario bellissimo", dell'"orchestra completa" e dei buoni cantanti scritturati dall'impresario Migliarini, l'opera (annota Giangi) "ha incontrato poco". Il suo giudizio secco sullo spartito è: "musica bella... di chiasso". L'anno seguente, in settembre, fu rappresentato il Tancredi. Tra gli interpreti, il famoso contralto Adelaide Malanotti, "che sostiene la parte" scrive Giangi "con immensa maestria". Grazie a lei, lo spettacolo ottenne un buon successo. Il nostro critico della domenica arrivò a definire la musica di Rossini "molto gaia e dilettevole".
Il barbiere di Siviglia (composto nel 1816) andò in scena a Rimini nel dicembre del 1819. La compagnia raffazzonata dall'impresario Brazzini schierava una giovane ma promettente soprano, Carolina Gentili, un tenore riminese, Pietro Zambelli, e un "buffo" settanduenne, Antonio Ghedini; le scene e i costumi erano deplorevoli e il corpo di ballo inqualificabile. L'opera però (osserva Giangi) "piace bastantemente".
Ha discretamente incontrato, a detta di Giangi, anche La Cenerentola, rappresentata nel dicembre del 1820. Il cast, tanto per cambiare, faceva acqua. Il contralto sfoggiava "un canto manierato"; il tenore aveva "una voce velata e grassa"; il "buffo" era "un vecchio asmatico e una vera bestia"; il secondo tenore, "un vecchio sgangherato"; quanto al basso, il riminese Raimondo Onesti, l'asportazione di un testicolo malato gli aveva un po' ingentilito la voce, sicchè "aveva acquistato in chiarezza e perduto però alquanto in forza". La pietra di paragone, composta da Rossini nel 1812, andò in scena a Rimini solo nel 1823, e fu un fiasco solenne. Sacrosanto, secondo Giangi, perchè "poco o nulla merita quest'opera".
Fra il 1814 e il 1835 furono rappresentate nel teatro riminese dodici diverse opere di Rossini; cinque di queste furono replicate in differenti anni. Cresceva frattanto, in Italia e all'estero, la fama del compositore. E cresceva, anche a Rimini, l'entusiasmo del pubblico per le opere del pesarese. Ma Filippo Giangi non si convertì mai, e nel gennaio del 1828 bollò con parole di fuoco il "dominante fanatismo che qui regna pel clamoroso e monotono stile di Rossini". Colpa, certo, anche delle scalcinate compagnie che compivano autentiche spedizioni punitive in provincia, come "l'affamata famiglia Zucchi", che capitò a Rimini nel settembre del 1828 per rappresentarvi L'inganno felice (composto da Rossini nel 1812), opera "orrendamente maltrattata" da quella sciagurata compagnia a gestione familiare. Di fatto Giangi amava i melodrammi accademici e stilizzati di Johann Simon Mayr, musicista tedesco trapiantato in Italia, più noto come maestro di Donizetti. La musica di Mayr, oggi dimenticata, gli appariva "veramente filosofica e di tutto sentimento". Un clamoroso errore di giudizio? Chissà. Anche perchè Giangi, freddissimo con Rossini, si entusiasmerà invece per Bellini e delirerà letteralmente per la Norma.

IMPRESE SPORTIVE

Sulle principali discipline e sulle figure più rappresentative dello sport riminese di questo secolo sappiamo, se non proprio tutto, almeno l'essenziale. Poco o nulla, invece, si sa delle pratiche sportive e degli atleti del secolo scorso.
Nell'Ottocento lo sport di gran lunga più popolare era il gioco del pallone, che - a dispetto del nome - niente ha a che spartire col calcio. Diciamo, per darne una vaghissima idea, che si giocava con una coriacea palla di cuoio e nodosi bracciali di legno ricoperti di aculei come porcospini, in quattro contro quattro. Gli sferisteri, dove si disputavano le partite, erano muniti, da un lato, di un altissimo muro di mattoni, contro cui si faceva rimbalzare la palla.
Lo sferisterio di Rimini, cominciato nell'ottobre del 1815, fu terminato nel giugno dell'anno seguente. A promuoverne e a finanziarne in larga misura la costruzione fu Angelo Antimi, un benestante oriundo di Macerata. Non fu il solo intervento a favore della città di questo benemerito riminese acquisito: nel 1819 fece piantare ottanta piante esotiche alle spalle dello sferisterio e altrettante nel piazzale antistante la bella Villa Sartoni; nello stesso anno fece restaurare a sue spese i due quadranti dell'orologio di piazza Sant'Antonio (oggi Tre Martiri); fondò inoltre una società filarmonica. In questo secondo dopoguerra i riminesi "doc" hanno fatto piazza pulita dei generosi doni di Angelo Antimi, abbattendo improvvidamente lo sferisterio e radendo al suolo Villa Sartoni col suo parco (per costruirvi, ironia della sorte, il Palazzetto dello Sport).
Lo sferisterio di Rimini fu inaugurato il 24 giugno 1816 con una partita tra noti giocatori forestieri (tra cui il famoso battitore Cioccolanti, una sorta di Baggio dell'epoca) e una formazione indigena. I forestieri, tutti fior di professionisti, erano stati ingaggiati per 20 scudi a testa: una cifra più che rispettabile. Per i nostri fu, naturalmente, una disfatta. Erano, d'altra parte, dei dilettanti, e nemmeno troppo dotati. Crostelli era un cappellaio; Balena un marinaio; Domenico Savini e Vincenzo Giroli sarebbero oggi considerati dei semiprofessionisti. Il Giroli era quanto di meglio aveva prodotto lo sterile vivaio riminese.
Alla partita inaugurale seguì, da giugno a ottobre, una fitta serie di sfide tra la squadra locale e quelle delle città e dei paesi vicini: Ravenna, Faenza, Imola, Fano, Saludecio e Santarcangelo. Anche se i nostri eroi continuarono a perdere due partite su tre, il concorso di pubblico - maschile e femminile - fu sempre molto alto. La formazione base (Giroli, Savini, Crostelli e Balena) fu di volta in volta integrata da altri giocatori: Rocchetti, Giacomo Pullini, Luigi Brunelli e Giovan Battista Pivi, giovanotto squattrinato e - annota il cronista Filippo Giangi - "di carattere alquanto litigioso" e attaccabrighe: tant'è che nel luglio del 1819 un certo Giovanni Amagliani, ripetutamente provocato, lo bastonerà di santa ragione.
Le partite tra riminesi e santarcangiolesi (di solito più forti) avevano tutte le caratteristiche del derby e non di rado finivano a cazzotti: in tribuna e in campo. Nel settembre del 1821 scoppiò una tale rissa tra i giocatori di Rimini e Santarcangelo, che la polizia li schiaffò tutti in gattabuia.
Un altro sport popolarissimo nell'Ottocento era la corsa dei cavalli berberi, una specie di palio che si correva nelle feste religiose, e in particolare in quella di sant'Antonio, e che, non di rado, era funestato da gravi incidenti. Nel 1824 morì un fantino romano; nel 1799 e nel 1827 furono travolti e feriti seriamente alcuni spettatori. Dei fantini, che montavano a pelo, non ci sono stati tramandati i nomi. E' rimasto invece famoso quello del grande cavallerizzo riminese Alessandro Guerra, "stella" di una compagnia di "saltatori" protetta e foraggiata (è il caso di dirlo) dall'Imperatore austriaco, attiva negli anni Venti del secolo scorso.
Nemmeno di un formidabile mezzofondista dell'Ottocento sappiamo il nome. Sappiamo solo che di mestiere faceva il lacchè. Costui copriva la distanza dalla porta di San Giuliano, dopo il ponte di Tiberio, alla chiesa di San Martino in Riparotta (circa 5 chilometri) in 19 minuti. Il record mondiale dei 5.000 metri, detenuto dal marocchino Aouita, è di poco meno di 13 primi. Se si tien conto che il nostro non correva in pista, ma su strade polverose, pesantemente vestito e a piedi scalzi, si deve concludere che realizzava un tempo di tutto rispetto. Il lacchè "da corsa" ottenne il suo primato personale il 13 agosto 1830, quando corse i 10.000 metri (da porta San Giuliano a San Martino in Riparotta e ritorno) in 35 minuti esatti, davanti a tremila spettatori. Che poi, fatta una colletta, gli regalarono 12 scudi.

ASCENSIONI IN PALLONE

A due anni scarsi di distanza dal celebre esperimento dei fratelli Montgolfier, che suscitò in tutt'Europa un entusiasmo indescrivibile, anche in quel di Rimini si cominciò a dar l'assalto al cielo con gli aerostati. Per quel che se ne sa, il primo fu lanciato a Santarcangelo il 17 aprile del 1785. Andò tutto a meraviglia, con piena soddisfazione della fitta folla che era accorsa. Le cronache del tempo non citano il nome del costruttore. Sarà stato certamente un forestiero: forse quel Felice Manduchi che l'8 maggio lancerà un secondo pallone volante a Rimini, nei pressi dell'antica chiesa di San Gaudenzio (rimpiazzata poi dal palazzo Sartoni e oggi dal Palazzetto dello Sport). La mongolfiera restò in aria diciannove minuti precisi e "il popolo ne rimase estremamente divertito".
Riuscì anche meglio il lancio del primo aerostato indigeno, costruito sul modello di quello dei Montgolfier (la Biblioteca Gambalunghiana ne conserva il progetto) dall'"intraprendente" gentiluomo riminese Michelangelo Diotallevi. Personaggio geniale e sregolato, che ebbe una vita sentimentale movimentata e appioppò ai figli nomi impronunciabili (Adauto, Audiface, Disma), fu il Diotallevi - a detta di Nicola Giangi - "uomo voglioso nella meccanica". Il suo pallone, lanciato il 24 maggio dal cortile di casa Franzi, "si alzò a grande altezza e cadde di là da Covignano". Un altro di maggiori dimensioni, "ornato di varii misteriosi geroglifici", ne fabbricò e lanciò, negli stessi giorni, l'arciprete Giuseppe Vannucci, "uomo e maestro eruditissimo", scolaro di Giovanni Bianchi. Se l'aerostato del Diotallevi ispirò il concittadino Giovanni Tommasini ("tu rinnovasti il gallico portento / e tu gloria n'avrai ne' dì venturi"), quello del Vannucci, che precipitò a Cattolica, eccitò addirittura la Musa poetico-giornalistica di Vincenzo Monti.
Con gli esperimenti dei riminesi si chiude, dalle nostre parti, la fase pionieristica delle mongolfiere, ancora prive, naturalmente (e grazie al Cielo), d'equipaggio. Un altro paio di palloni senza persone a bordo saranno lanciati dall'odierna piazza Malatesta, il 15 e il 21 settembre 1800, da un "forestiero mercenario", pagato, cioè, per le sue esibizioni.
Chi soprattutto tentò in Italia il volo umano in mongolfiera, fu il temerario "aeronauta" bolognese Zambeccari, le cui imprese i cronisti riminesi seguirono con ammirata trepidazione. Questi, nell'ottobre del 1803, lanciò un pallone "disabitato" che cadde in mare, dopo un lungo volo sull'Adriatico, davanti alla costa istriana. Il 25 settembre 1812 fu il giorno del suo ultimo volo. Sulla fatale mongolfiera salirono lo Zambeccari e un compagno. Il pallone, alzandosi, urtò contro un albero; la collisione rovesciò la lampada a spirito sui due disgraziati "aeronauti". Mentre il compagno si lasciò cadere fuori dall'abitacolo, fratturandosi qualche costola, lo Zambeccari, avvolto dalle fiamme, precipitò col pallone da una ventina di metri e morì. Sulla mongolfiera - racconta Filippo Giangi - avrebbe voluto salire anche una coraggiosa signorina, ma il Prefetto di Bologna, provvidenzialmente, glielo proibì.
La sfortunata impresa dello Zambeccari risvegliò i sopiti ardori aerostatici del nostro Michelangelo Diotallevi, che il 19 ottobre lanciò dalla sua casa di campagna al Paradiso un ultimo pallone volante, che dopo dieci minuti andò a fuoco e venne giù come una pera matura. Nessuno patì alcun danno: più previdente del collega bolognese, il marchese Diotallevi aveva, non solo metaforicamente, i piedi per terra.