LA RAPINA AL CORRIERE POSTALE E' il primo marzo del 1815.

Cronaca

LA RAPINA AL CORRIERE POSTALE

E' il primo marzo del 1815. Sono giorni tesi e turbolenti: tira aria di scontro decisivo tra i fedelissimi di Napoleone e la potente coalizione nemica. Rimini è ancora in mano alle truppe napoletane di Murat, che si ritireranno il 27 aprile, non senza aver prima saccheggiato a puntino la città nello stesso giorno vi entreranno i soldati "tedeschi", scortati da bande di contadini e pescatori che assalteranno il Municipio e i palazzi dei "giacobini". Con un saccheggio si chiude un'epoca; con un saccheggio se ne inaugura un'altra. Così va il mondo.
Torniamo al primo di marzo. Alle due di notte, alle Fontanelle di Riccione, due sconosciuti, armi in pugno, assaltano il corriere postale Roma-Venezia. Dopo aver dirottato la carrozza sulla spiaggia, a mezzo miglio dalla strada, i due malviventi legano il postiglione e i due agenti come salami e si impadroniscono con tutta comodità del bottino. Non è un gruzzolo da poco: oltre al denaro e ai preziosi, il corriere trasporta quarantasei lingotti d'oro destinati alla zecca di Venezia. Un colpo da trentamila scudi esentasse.
Mentre partono da Rimini, a caccia dei due banditi, il "bargello" (cioè il capo della polizia) e un paio di sbirri, fermiamoci un attimo a riflettere. Qualcosa non convince. L'aggressione a un corriere postale non era un fatto usuale. Nè era usuale il trasporto senza scorta armata di un carico tanto prezioso. I due malviventi, evidentemente, erano ben informati.
Il 3 marzo giunge da Pesaro la notizia che un bandito è stato catturato. Intercettati da otto sbirri pesaresi sulla sponda del fiume Foglia, i due assaltacarrozze avevano opposto una furiosa resistenza. Nello scontro a fuoco uno sbirro era morto; un altro era stato ferito seriamente. Terminate le munizioni, un bandito s'era dato alla fuga gettandosi a nuoto nel fiume; il compare era stato ammanettato. Di lui sappiamo ben poco: si chiamava Pacifico Violini ed era di San Mauro.
Per recuperare la refurtiva partono da Rimini, alla volta di Pesaro, il giudice Oddi e il commissario di polizia Gaetano Fantini. Il bottino era stato sotterrato in quattro nascondigli in un podere riccionese lontano due miglia dal luogo dell'assalto. Il bandito Violini è facilmente convinto a svelarne l'ubicazione. Sorpresa: tolto "uno spago con cera lacca ed una piccola verga d'oro perduta nelle vicinanze" (così riferisce Filippo Giangi), della refurtiva non resta ombra. Del frettoloso trasloco è dapprima sospettato il "compagno che si è perduto di vista".
Il 9 marzo scoppia lo scandalo: Pacifico Violini si lamenta di aver subìto maltrattamenti e accusa della sottrazione del malloppo quattro sbirri pesaresi e tale Vincenzo Semprini, "persona pulcherrima conosciuta moltissimo". I cinque vengono arrestati. Il giudice Oddi e il commissario Fantini ripartono per Pesaro per i rituali confronti. Sul cui esito, purtroppo, non siamo informati.
Il giudice Oddi morirà misteriosamente due mesi dopo, il 9 maggio; il 21 luglio il commissario Fantini sarà trasferito a Forlì. Il bandito Violini sarà processato e condannato a una pena esemplare. Il 9 luglio del 1816 verrà fucilato a Pesaro. Il suo corpo, "tagliato a quarti" come un manzo macellato, sarà appeso "lungo la discesa del Pantalone, fra Pesaro e Fano". Il cronista e commerciante riminese Filippo Giangi, di ritorno dalla famosa fiera di Senigallia, ne vedrà penzolare la testa "sulla porta di Pesaro" e "li suoi quarti per la strada anzidetta". Che ne sia rimasto sconvolto, non diremmo. La macabra messinscena - che suona, oltre che come severo monito ai birbanti, come un vero e proprio sberleffo alle tesi di Cesare Beccaria e degli altri pensatori illuministi - non basta però a far dimenticare un trascurabile particolare: che il clamoroso bottino non fu mai più recuperato.

OTTOCENTO VIOLENTO

Dobbiamo preoccuparci dello stillicidio di gesti di violenza - piccola e grande, indigena e importata - a cui questa città, soprattutto d'estate, è sottoposta? Certo che dobbiamo. Faremmo però un torto alla verità storica se ritenessimo che l'aggressività e la violenza diffusa sono un fenomeno dei giorni nostri e delle grandi concentrazioni urbane. I nostri bisnonni, che vivevano in una silenziosa e sonnolenta città di settemila anime, strettamente controllata dai "birri" pontifici, erano molto meno serafici di quanto pensiamo. Questo, almeno, sembra suggerire la cronaca spicciola di un anno qualunque del secolo scorso. Quello, per esempio, che va dall'estate del 1822 all'estate del 1823.
Il 16 luglio del 1822 un ombroso finanziere, irritato dalle risposte un po' brusche di un ragazzo di dodici anni (ma "senz'essere nè insultato nè provocato" precisa Filippo Giangi), lo insegue a sciabola sguainata e lo ferisce a un braccio. Tralasciamo altri episodi di minor conto. La notte del 12 dicembre, sul ponte di Tiberio, un giovanotto focoso di professione barbiere ha un diverbio con un cocchiere soprannominato "Sbrissola" e gli assesta là per là una coltellata a un fianco: che non è mortale solo per gli spessi abiti invernali che infagottano il cocchiere.
Il 29 gennaio del 1823 a tirar fuori il coltello è un pescivendolo, che ferisce gravemente un suo collega. Il 14 febbraio un certo Pecorelli, ammogliato e con sei figlie femmine, è bastonato da mano vigorosa ma ignota; colpito da sette randellate in testa, passa qualche giorno tra la vita e la morte.
Il 29 marzo, in una bottega in "via dei Magnani" (oggi Garibaldi), il farmacista Giacomo Tacchi litiga con don Luigi Zambelli, un anziano prete "di carattere piuttosto bisbetico"; colpito da una nerbata, il farmacista non si fa scrupolo nè della veste nè dell'età del prelato e lo picchia di santa ragione. Due giorni dopo, il 31 marzo, in un'osteria del borgo di San Bartolo, un "canepino" solito ad alzare il gomito sferra due coltellate a un soldato papale.
Il 7 aprile, nella chiesa dei Paolotti, si sta festeggiando san Francesco di Paola con un concerto. Ricordiamo, in proposito, che nell'Ottocento, come anche nei due secoli precedenti, le chiese ospitano abitualmente concerti vocali e strumentali: una splendida e veneranda tradizione che ha arricchito enormemente il patrimonio musicale e che oggi, chissà perchè, a Rimini si vuol cancellare. Un dilettante di clarino esluso dall'orchestra, il parrucchiere e modista Filippo Baietti, entra in chiesa come una furia mentre si stanno eseguendo i Vespri, e con "bestemmie ad alta voce e modi da pazzo" si avventa contro un altro dilettante di clarino, il farmacista Cesare Sensoli, e lo colpisce con "un solenne pugno". Il Sensoli, per non cadere, si aggrappa a un quadro che rappresenta san Crispino, patrono dei calzolai; il quadro gli casca in testa e lo lascia privo di sensi. L'irascibile Baietti è arrestato.
Il 12 aprile, in piazza della Fontana (oggi Cavour), si azzuffano un carceriere, una guardia campestre e un soldato papale, che si becca una sciabolata a un braccio. Il 12 agosto, dopo un battibecco sul prezzo di un boccale di vino, un "canepino" di Faenza colpisce con una sbarra di ferro un "selcino" riminese. La ferita alla testa è profonda e il chirurgo stenta a ricucirla. Il 29 agosto, in piazza della Fontana, vengono alle mani un vetturino e un garzone; il garzone scaglia una pietra che, sfortunatamente, impatta con la tempia del suo padrone, lasciandolo in fin di vita.
Potremmo continuare un pezzo. L'Ottocento, si sa, è un secolo bellicoso e turbolento. Benestanti e miserabili girano volentieri armati: i primi di sciabola e pistola, i secondi di coltello. Qualche volta ci scappa il morto. Più spesso - lo abbiamo visto - la tragedia è solo rasentata.

LA "DIVISA" DEI LIBERALI

Chi i capelli - lunghi o corti che siano - li ha comunque radi, e la barba - se nel frattempo non se l'è rasata - l'ha ormai pepe e sale, ricorderà certamente la "divisa" dei giovani sessantottini: jeans stinti e sdruciti, striminzite camicie militari, l'immancabile eskimo (che ha ispirato una nostalgica canzone di Guccini), capelli fluenti, baffi alla mongola o onor del mento. Questa "divisa" ha resistito, con qualche ritocco, per tutti gli anni Settanta. Poi ne sono subentrate altre, a connotare, più spesso che le idee politiche, i gusti musicali e gli stili di vita. Tra le ultime, quella degli yuppies (ventiquattrore e cellulare inclusi) e quella degli skin: pelle nera, borchie e testa rapata. Adottare una "divisa" è insomma un rituale ricorrente. Oltre a contraddistinguere chi la pensa allo stesso modo, la "divisa" serve a rinsaldare l'identità di un gruppo e a rassicurare i componenti.
Com'è facilmente immaginabile, il fenomeno delle "divise" giovanili non è recente. Nel febbraio del 1831, a Rimini come un po' in tutta l'Emilia-Romagna, la popolazione si solleva e instaura dei governi provvisori. Che un mese dopo cadranno ad uno ad uno, dopo una resistenza più o meno efficace e convinta, spazzati via dall'esercito austriaco. Il 25 marzo, dopo l'eroica quanto platonica "battaglia delle Celle", Rimini sarà riconsegnata al papa. Per la città si preparerà un triennio di misure repressive, prepotenze militari e poliziesche, arresti quotidiani, perquisizioni e censure.
Il 28 marzo, tre giorni dopo lo scontro alla periferia della città, il cronista Filippo Giangi accenna alla "divisa" adottata dai giovani liberali riminesi, ad imitazione - precisa - dei coetanei forestieri. Consisteva, questa, nel "lasciarsi crescere smoderatamente ed anche incivilmente la barba, i baffi e il pelo lunghissimo sotto la gola". Giangi, da buon moderato, deplora il "genio di rendersi deformi con un tale sicuro incomodo" (la proliferazione pilifera) e annota maliziosamente che, arrivati gli Austriaci, i più avevano ritenuto prudente rasarsi non solo barba e baffi, ma anche le incolpevoli basette, sicchè - ridacchia - "oggi si vedono delle facce del tutto nuove, che sembrano tanti musici". L'allusione è al viso glabro dei castrati: un freudiano ortodosso sarebbe sicuramente entusiasta dell'accostamento.
Eliminati, a scanso di grane, i mustacchi e l'onor del mento, i giovani liberali non rinunciano a una "divisa". Alla data del 29 novembre 1832 Giangi descrive "l'abito in oggi caratteristico" portato dai "giovanotti di buon umore moderno": "sarghetto" (cioè un vestito attillato) di velluto e "bonnetto in testa" (cilindro a tese rialzate, dal francese bonnet). Ci informa anche che, così abbigliati, i liberali usavano riunirsi nel Caffè dei Nobili, in piazza della Fontana (oggi Cavour), mentre l'opposto partito dei realisti frequentava abitualmente la spezieria Tacchi. Succedeva spesso che la polizia irrompesse nel "covo" del Caffè dei Nobili, gestito da tale Antonio Contini, e ne ordinasse la chiusura.
L' ultima notizia sulla "divisa" dei giovani liberali è del 17 aprile 1833, quando il cardinale Spinola, commissario straordinario in Romagna, fa affiggere un bando contro coloro "che portano lunga barba sotto il mento, baffi e mosca" (ossia il pizzetto). L'ordine, perentorio, è di far piazza pulita. Volenti o nolenti, "tutti vanno assoggettandosi a quest'ordine" osserva Giangi, anche se molti lo fanno "con marcato disgusto". Tassativa è poi la proibizione di portare "certi anelloni d'oro e d'argento composti di varie file intrecciate chiamati Nodi Gordiani", sfacciato "segnale di Liberalismo" (il nodo simboleggia in effetti l'unità nazionale). Agli orefici che "fabbricassero, ritenessero, vendessero o riattassero siffatti anelli" sono minacciati "tre anni di galera" tondi tondi.
Come si vede, è un continuo gioco a rimpiattino tra "sovversivi" e forze dell'ordine. Ogni acconciatura, capo d'abbigliamento, accessorio può diventare "divisa". Basta che lo adottino in parecchi. Quando non è possibile, si ricorre ad altri stratagemmi. Nel carnevale del 1833 gruppi di giovani girano per Rimini inneggiando a squarciagola alla soprano Caterina Pàteri. La "prima donna" della stagione operistica, francamente, non è migliore di tante altre, ma "Viva la Pateri" è un grido che assomiglia molto a "Viva la Patria".

BANDE GIOVANILI

Chi è stato bambino nell'immediato dopoguerra e fino alla metà degli anni Cinquanta, è più che probabile che abbia fatto parte - da generale in capo o da soldato semplice - di una delle tante "bande" di ragazzi che si spartivano e si contendevano il territorio della città, e si sarà trovato facilmente in mezzo a qualche scaramuccia tra bande rivali, se non ad una vera e propria battaglia campale con feriti, contusi e acciaccati. Da che mondo è mondo, il "gioco della guerra" è uno dei più praticati: e non solo, purtroppo, dai bambini. La sua popolarità tanto più cresce, quanto più turbolenti sono i tempi. I giochi infantili sono uno specchio veritiero del mondo in cui viviamo. Vanno presi sul serio.
Nel 1820 una rivolta militare fa vacillare il trono di Ferdinando di Borbone; nel marzo del 1821 le truppe austriache - la guardia armata della Restaurazione - scendono la penisola e mettono in fuga l'esercito napoletano, che si dissolve come neve al sole. Lo scontro ha una replica in miniatura a Rimini il 20 marzo, quando due bande di ragazzi fra i dodici e i quattordici anni si affrontano nei pressi dell'anfiteatro (pressapoco dove oggi sorge - ironia del caso - il Centro Educativo Italo-Svizzero). "Formate due piccole armate, una tedesca e l'altra napoletana," racconta Filippo Giangi "coi loro rispettivi officiali e armati di schioppi di canna e sciabole di legno", se le suonarono di santa ragione. "Nel bollore della zuffa" tre ragazzini si procurarono qualche eroica sbucciatura. Dovettero intervenire i carabinieri che, a sculacciate, "li mandarono tutti alle loro case".
I moti del '21 non toccarono Rimini che indirettamente. La città fu ben altrimenti investita dagli avvenimenti del 1831. Il 12 febbraio, al grido di "Libertà e democrazia" e "Viva la repubblica e i buoni cittadini", un gruppo di insorti abbattè le insegne pontificie e instaurò un governo provvisorio. Il 14 marzo, mentre la città attendeva preoccupata e insieme eccitata l'arrivo degli Austriaci, una trentina di ragazzi decenni precorrevano gli eventi marciando per le vie del centro "col loro piccolo tamburo e muniti di bastoni ad uso di fucile e di sciabole di legno"; poi, preceduti dal tricolore e "a tamburo battente", presero la strada delle Grazie. Giangi precisa che gli impavidi ragazzini "si addestravano volontariamente all'esercizio tutti i giorni sulle mura della città". Oltre che del tamburino sardo di Cuore, ci si ricordi qualche volta anche dei tamburini nostrani.
Il 25 marzo, alla periferia della città, tra le sguarnite e raccogliticce truppe "liberali" e l'addestratissimo esercito imperiale si combattè la famosa "battaglia delle Celle". Restarono sul campo una trentina di insorti e sei ussari austriaci, tra cui un tenente. Il giovane principe di Liechtenstein, ferito gravemente, se la cavò per il rotto della cuffia. Così come fu scongiurato per un pelo il sacco di Rimini. Il sanguinoso scontro, che ispirò anche un vibrante scritto di Mazzini, impressionò i riminesi, grandi e piccoli.
Il 6 maggio, fra la banda del borgo di San Bartolo (oggi San Giovanni) e quella del borgo di Sant'Andrea fu ingaggiata un'epica zuffa. Tra le due bande non correva buon sangue, poichè alle rivalità borghigiane si sommavano le opposte simpatie "politiche": la banda di San Bartolo teneva infatti per gli Austriaci, mentre la banda di Sant'Andrea simpatizzava per i Francesi. Il casus belli - a quanto pare - fu una canzone "in lode del papa e dell'imperatore e contro i liberali": cantata, naturalmente, da quelli di San Bartolo.
Allo scontro sotto le mura parteciparono in più di quaranta, tutti tra i dieci e i dodici anni, con bastoni e sassi. Filippo Giangi asserisce che fu esploso anche qualche colpo di pistola. A mezzanotte la battaglia era ancora in pieno svolgimento. Chiamati dai passanti, accorsero gli sbirri, che furono però ricacciati a sassate. Furono costretti ad intervenire i soldati della guarnigione austriaca, che ne arrestarono una decina. "I ragazzi" annota Giangi "son quasi tutti popolani", e fa il nome dei più scalmanati: un certo Paoletto, figlio di un salumiere, e il figlio dell'avvocato Renzetti, entrambi "con opinione di discoli".


IL BORGO DEGLI ANARCHICI

Il borgo degli anarchici: quanto c'è di vero e quanto di leggendario in questa definizione che i vecchi e nuovi abitanti del borgo di San Giuliano sono i primi ad accreditare orgogliosamente? Separato dalla città storica, chiuso in se stesso, legato al porto e alle sue attività, lecite e illecite, abitato da pescatori, marinai, facchini, vetturini, artigiani - gente, tutta, povera e poverissima -, il borgo è, fin dalla sua nascita, una turbolenta repubblica a sè, pronta a sollevarsi contro tutte le autorità costituite: papalini e giacobini, liberal-moderati e fascisti. E' un ribellismo diffuso e spontaneo, dettato dalla fame e dalle precarie condizioni di vita, a cui fa da contrappeso una forte solidarietà borghigiana. Le condizioni sono dunque propizie perchè la predicazione anarchica si diffonda precocemente nel borgo e vi pianti salde radici, che resisteranno fino al secondo dopoguerra.
E borgh di anarchich: così lo si chiamava nel periodo fascista. Non tutti lo erano, ma certo - testimonia un vecchio borghigiano intervistato agli inizi degli anni Settanta - "una buona percentuale era anarchica, nel borgo". "Non nel senso che è contro la legge" precisa un altro: "Siamo per l'ordine; ma fra le famiglie, qui, c'era fratellanza, ci si aiutava a vicenda". Emblema magari un tantino oleografico di questa compattezza del borgo erano le porte sempre aperte: "Noi non avevamo bisogno della chiave," racconta un borghigiano "e i soldi passavano da una mano all'altra. Se poi una famiglia cadeva in disgrazia, si era solidali".
Questo vivo senso di solidarietà oltrepassò talora i confini del borgo di San Giuliano. Nel 1905, durante gli interminabili scioperi di Parma e Reggio, i borghigiani ospitarono per circa sei mesi i figli dei lavoratori in lotta. Anche dopo la Liberazione raccolsero i bambini delle campagne e delle colline dell'entroterra (ma anche calabresi e siciliani), che furono rimandati a casa allorchè fu fatta circolare la voce che li si voleva spedire in Russia: "Ma i bambini non volevano andar più via, perchè qui avevano trovato una seconda famiglia".
Tutto il borgo era antifascista: donne, uomini, giovani, i'era tott antifascesta ricorda un vecchio borghigiano. Se l'affermazione che gli squadristi non ebbero mai il coraggio di mettere piede nel borgo rasenta la leggenda, è vero tuttavia che per tutto il ventennio nelle case, nelle botteghe e nelle cantine di San Giuliano si tennero riunioni clandestine: riunioni di piccoli gruppi (sei, sette persone: "una piccola mosca di fronte a un elefante") "per discutere di quei soprusi che vedevamo tutti i giorni e di cui eravamo stanchi".
Soprattutto durante la guerra di Spagna, nel 1935-'36, ci si ritrovava per captare Radio Barcellona. L'apparecchio radiofonico lo aveva costruito un elettrotecnico, un certo Arcangeli. Lo si ascoltava in una grotta, a cui si accedeva dalla sala da pranzo di una casa del borgo. Per gli anarchici di San Giuliano fu un'autentica mazzata la notizia - diffusa da Radio Barcellona - dell'assassinio di Camillo Berneri, ucciso da mano stalinista il giorno dopo aver commemorato la morte di Gramsci.
Si cercò soprattutto di mantenere viva la tradizione del Primo Maggio, che si festeggiava nelle cantine. E' curioso, in proposito, l'episodio del "gatto comunista", accaduto nel 1929 o '30. Il giorno della Festa del Lavoro si vide circolare per il borgo un gatto nero con un vistoso fiocco rosso al collo. Il gatto apparteneva alla famiglia Giorgetti - che, fra l'altro, era "gente di chiesa, ma buona". Che cos'era successo? Che la figlia quindicenne, che stava cucendosi un vestito, coi ritagli, innocentemente, aveva fatto un collarino al gatto. Ma lasciamo la parola a un borghigiano: "Si fa il mattino. I fascisti in giro: Un gatto comunista! Un gatto comunista! E allora cominciano a dar dietro a questo gatto e lo incastrano in una porta e j'à dè un sac ad boti". I fascisti cercano il padrone del gatto. In casa Giorgetti trovano il figlio Renato, alunno di quinta elementare (il padre, marinaio, era assente), lo accusano di propaganda sovversiva e lo conducono in questura. Per fortuna interviene l'insegnante del ragazzo, il fedelissimo maestro Baiocchi, che garantisce per lui e lo fa rimettere in libertà. E il gatto? "E' venuto a casa dopo una settimana e quando lo si toccava faceva 'Mao!'. L'era tott indulid".

LA NOSTRA "CORRISPONDENTE DI GUERRA"

Nessun cronista, che si sappia, era presente a Rimini nei cento terribili giorni del 1943 e 1944 durante i quali la città fu investita da 372 ondate di bombe dal cielo, perlopiù di massimo calibro e "a grappoli", e ridotta a un solo, informe mucchio di macerie. Il Commissario straordinario Ugo Ughi parla di "furia apocalittica che ha battuto e ribattuto sulle stesse sconvolte rovine", dei "fabbricati e terreno che sussultavano come per terremoto" e degli "immani spostamenti d'aria che scossero case e aprirono finestre fino a Riccione e verso Santarcangelo". Dopo le terrificanti incursioni del 28, 29 e 30 dicembre 1943, commenterà che "Rimini è oggi diventata una città morta".
La stragrande maggioranza della popolazione sfolla in territorio sammarinese e nei paesi dell'entroterra. Solo poche centinaia di persone - per dovere o per attaccamento estremo e quasi suicida al luogo natale -rimangono nell'inferno di Rimini, adattandosi a convivere con i bombardamenti quotidiani, le cannonate, le truppe straniere e gli altri innumerevoli pericoli e disagi. Sono più donne che uomini, e c'è, tra queste, una maestra di 47 anni - Amelia Carosi - che viene a trovarsi, inerme e non per propria scelta, in prima linea. In primissima, anzi: il 17 settembre del 1944, quando gli Alleati scatenano la battaglia di San Fortunato, martellando il colle con un cannoneggiamento che gli storici canadesi definiscono "monstrous", la Carosi è giust'appunto a Covignano, dove resta fino a tutto il 20, quando i tedeschi si ritirano; ed è puntualmente a Rimini, in Corso d'Augusto, la mattina del 21, quando le truppe alleate entrano nella città.
La donna ha penna, inchiostro e qualche foglio di carta "per avvolger carne". Poichè la sorte la scaraventa nel bel mezzo della linea di fuoco, si improvvisa "corrispondente di guerra" e con comprensibile concitazione ed affanno, quasi convulsamente, stende il diario dell'ultimo, durissimo mese. Chi era, intanto, Amelia Carosi? Nata nel 1897, nubile, per quasi trent'anni aveva lavorato come maestra giardiniera all'Asilo Baldini; nel tempo libero s'era impegnata come animatrice e attrice nel Circolo Filodrammatico riminese.
Nel suo Diario di guerra (è questo il titolo originale), la Carosi annota in forma scarna e senz'ombra di retorica i fatti di cui è, insieme, testimone e protagonista: i bombardamenti, i cannoneggiamenti, le ruberie e i soprusi dei soldati delle due parti (ma anche i gesti di umanità e gentilezza), le paure, le continue corse affannose: per ripararsi in un rifugio, per procurarsi il cibo e l'acqua, per mettere in salvo le sue poche cose. Non un lamento, non un'imprecazione si leva dalle pagine stropicciate e ingiallite. Quel che emerge è una sorta di accettazione serena della tragedia quotidiana: che non è passiva rassegnazione, ma non comune forza d'animo.
Covignano: grosso bombardamento dal fronte; le raffiche scuotevano l'aria appunta il 2 settembre; il giorno dopo scende in città per comprare il latte: "Desolazione completa" annota. Il 4 settembre piove "un'infinità di bombe su Covignano"; Amelia si ricovera in un rifugio: "Vi stetti due ore" scrive "perchè per due ore gli aeroplani andavano e venivano gettando bombe. Nel rifugio vi era un gran numero di persone e tutti pigiati senza poter stendere le gambe. Le bombe cadevano poco lontano dal rifugio, il quale si ricoprì di polvere e non si poteva respirare". La mattina del 21 settembre, il giorno della liberazione, Amelia percorre il centro di Rimini e riferisce che "il Corso d'Augusto è buona parte in fiamme"; ai soldati alleati la donna chiede del pane: "Da venti giorni non si prende pane. Hanno detto che ce lo avrebbero portato. In piazza, delle truppe greche ci hanno dato una fetta di pane bianchissimo con carne in scatola".
Scampata miracolosamente alle bombe, Amelia Carosi, per crudele ironia della sorte, morirà di tifo quattro mesi dopo la liberazione, il 23 gennaio 1945. Se con la "fetta di pane bianchissimo" - primo emblematico segno del ritorno alla pace - si chiude il suo diario, col pranzo natalizio "offerto dal presidio alleato" a 500 bambini riccionesi si apre la prima delle dodici "conversazioni-radio" tenute da Gianni Quondamatteo (allora sindaco di Riccione) nell'inverno del 1945 e mandate in onda dalla radio mobile dell'8.a Armata. La trasmissione termina con queste parole: "Noi sappiamo che le baionette tutto possono; ma su di esse non ci si può sedere. Non rimane dunque che la strada maestra della ragione, costi pure sacrifici, rinuncie, perdoni". Si avverte tutta l'attualità di queste parole civilissime. E si augura di riascoltarle.