TOMMASINA, LA CORTIGIANA Nella vita movimentata e sfortunata della Tommasina non resterebbe tracc

Biografia

TOMMASINA, LA CORTIGIANA

Nella vita movimentata e sfortunata della Tommasina non resterebbe traccia se un gentiluomo riminese, Giovan Battista Monticoli, non avesse tenuto un diario dei fatti e fatterelli successi a Rimini tra il 1542 e il 1554. La cronaca, dall'intricato titolo Particolari dell'illustrissima città di Rimino e altre cose, si è conservata in una copia di mano di Claudio Paci ed è stata poi saccheggiata da Cesare Clementini, il primo vero storico della nostra città.
La "signora Tommasina", come la chiama rispettosamente Monticoli, fu la più nota e apprezzata cortigiana riminese del Cinquecento. Niente a che vedere, beninteso, con le cortigiane intellettuali di quel secolo (come le poetesse Veronica Franco e Tullia d'Aragona), ma anche lei, nel suo piccolo, fece strage di cuori e di patrimoni.
Era nata, la Tommasina, a Forlì, in una famiglia di poveri ortolani. Sposatasi giovanissima, fu il marito ad avviarla, quindicenne, sulla cattiva strada. La portò a Rimini e la abbandonò nell'osteria della Ruota, in piazza della Fontana (oggi Cavour). "Qui" racconta Monticoli "cominciò a far appiacere della persona sua molti della città, di nascosto et anco palesemente". Un riminese, certo Alessandro Capinsacco, tentò non si capisce bene se di redimerla o di sfruttarne le doti. Fatto sta che si trasferì con lei nell'ospitale repubblica di San Marino, dove più d'uno "del luoco s'imbertonò di essa", ossia (ma la traduzione non rende altrettanto bene l'idea) se ne invaghì. Dettata da gelosia o da interesse, la reazione di Alessandro fu violenta: venuto alle mani con gli ammiratori della Tommasina, ne ferì mortalmente uno e pagò l'omicidio con la vita. Catturato a Cesena, gli fu mozzata la testa.
La Tommasina scappò, o fu condotta, a Roma, "et ancora là si disse esser stata causa della morte di certi altri". Da Roma passò a Siena, dove un gentiluomo se ne innamorò pazzamente, e infine tornò a Rimini, "vestita sontuosissimamente, favorita da tutta la gioventù" e seguita come un cagnolino dal nobile senese. Non era più, la Tommasina, la povera e ingenua ragazzetta che aveva esercitato all'osteria della Ruota; era una donna bella, ricca, navigata e un po' carogna, "così ben scaltrita che forse non aveva pari a sè". In casa sua si riunivano i rampolli delle casate più aristocratiche; l'astuta Tommasina (scrive Monticoli) "faceva piacere a chi a lei piaceva, facendo la innamorata mo' all'uno mo' all'altro".
Scoppiarono, tra i suoi ammiratori, furiose rivalità e "molti della città le strussiorono dietro tutte le loro facoltà", indebitandosi fino al collo. I Consoli, seriamente preoccupati, la espulsero due o tre volte da Rimini e altrettante la Tommasina ritornò, potendo contare sul "favor dei giovani" gentiluomini.
La sua sfortuna fu incontrare un sarto, che dopo un corteggiamento durato dodici anni, la indusse ad abbandonare la lucrosa professione. Non riuscì, però, a farla diventare una santa. La notte tra il 26 e il 27 aprile 1548 il sarto la sorprese a letto con un rivale, per giunta zoppo. I due amanti, per tutta risposta, lo coprirono di contumelie e lo cacciarono di casa. Il sarto tornò il mattino dopo, armato di spada, e trovò la Tommasina che stava filando in compagnia della fantesca. Senza profferire parola, le calò due tremendi fendenti sulla testa e sulla spalla, che l'uccisero sul colpo.
La povera Tommasina non ebbe pace neanche da morta: "avendo trovato che era assai tempo che non si era confessata", il vicario del vescovo proibì di sotterrarla in terra consacrata. Fu sepolta furtivamente, e come un cane, sotto la strada che conduceva al lazzaretto, dietro il campo dell'ospedale. Lasciò alla sorella, sua unica erede, un patrimonio di più di mille scudi "tra vesti, collane, anelle e denari".

MATRIMONI SINGOLARI

Era il 27 febbraio 1820. La chiesa dei Servi, dove si celebrava un matrimonio, traboccava di gente. Perchè ne era accorsa tanta? Forse perchè gli sposi appartenevano alle famiglie più altolocate della città? Nossignore: lei, Teresa Guiducci, era la figlia del Governatore a riposo di un paesino dell'entroterra; lui era un soldato semplice dell'esercito pontificio. Due persone di condizione modesta, dunque. Ciononostante, alle 9 del mattino, la chiesa era stipata di ufficiali, militari e di una folla straripante di curiosi. La ragione di tanta animazione era una sola, e ce la svela Filippo Giangi: "la curiosità di veder seguire le nozze di questa bruttissima donna che, senza caricature, io giudico per la più orrida della città".
Povera Teresa: della sua vita non resta altra memoria che la scarsa avvenenza. Come un personaggio pirandelliano, la sposina è imprigionata per l'eternità nell'ingrato ruolo della donna spaventosamente brutta, e crudele fino alla ferocia è quell'"immenso concorso di popolo" che interviene, non invitato, al suo matrimonio. Non sappiamo neppure in cosa consistesse di preciso la sua estrema bruttezza. Giangi non accenna a malformazioni fisiche. Forse era soltanto magrissima, come Fosca, la protagonista del bel romanzo dello "scapigliato" Tarchetti, quando i canoni estetici del tempo prescrivevano invece forme rotonde e floride.
La riprova ce la fornisce un altro matrimonio: quello celebrato il 9 settembre 1839 tra la ventenne Rosa Savini e Pietro Soleri. La ragazza - asserisce Giangi - era "di una mole tale che non può nè vestirsi, molto meno abbassarsi e poco camminare". Eppure lo sposo ne era invaghitissimo: al punto che da fidanzato "a stento la lasciava la notte". E' noto, d'altronde, che, complice Edipo, le "donne cannone" hanno sempre avuto stuoli di corteggiatori, e poco conta che Pietro, rampollo di una famiglia ricca e titolata, sia definito da Giangi "non molto esteso d'ingegno" e "abbatucolo", con un secolo d'anticipo su Gianni Brera.
Singolare, per altri versi, e un po' sospetto fu, il 1 gennaio 1804, il matrimonio fra Oliviero Ronca, 60 anni dichiarati (ma il cronista lo crede ben più attempato), e Teresina Beltramelli, 20 anni scarsi. Più che la non irrilevante differenza d'età fece malignare la gente il fatto che lo sposo andò all'altare in condizioni fisiche allarmanti. Se qualcuno s'era fatto delle illusioni sulla sua resistenza, dovette però ricredersi, perchè il coriaceo Oliviero tenne duro altri vent'anni. Cosa non fa l'amore.
Di gran lunga più clamorose furono, il 28 luglio del 1800, le nozze fra un tal Giovanni, figlio d'un mercante, di 20 anni, e una vispa signora soprannominata "Franciocca" di... 72 anni. I due piccioncini non optarono per una cerimonia intima, e il matrimonio fu celebrato "con un'allegria e un chiasso ben grande".

GLI "ANGIOLETTI"

In un passo famoso dello Zibaldone Giacomo Leopardi ricorda che sua madre "non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro figli bambini, ma gl'invidiava intimamente e sinceramente, perchè questi erano volati al paradiso senza pericoli e avevan liberato i genitori dall'incomodo di mantenerli". I segni che l'indole gelida e autoritaria della marchesa Adelaide Antici avevano lasciato nel poeta lo autorizzano a parlarne con asprezza, con tutto che l'atteggiamento verso la vita dell'una e dell'altro sostanzialmente coincidano: non è forse "funesto a chi nacque il dì natale"? A favore della madre di Leopardi si può invocare, inoltre, il calmo e rassegnato distacco con cui si guardava alla morte dei neonati in tempi in cui la mortalità infantile rapiva due "angioletti" su tre. Le gravidanze ravvicinate, le precarie condizioni igieniche, la frequente perdita del latte, le malattie, i pregiudizi e le superstizioni - a tacere delle ricorrenti epidemie e della sottoalimentazione dei più - inducevano a considerare l'esistenza dei figli del tutto effimera e provvisoria, quanto meno fino a un anno d'età.
Scorriamo, a riprova, la cronaca manoscritta stesa, a partire dal 1782, dal mercante e possidente riminese Nicola Giangi, dove gli avvenimenti pubblici si alternano e si mescolano con le vicende private del cronista e della sua famiglia. La moglie di Giangi, la padovana Angiolina Dall'Oglio, conduce a termine undici gravidanze in diciassette anni (dal 1782 al 1799). Degli undici figli dati alla luce, tralasciando i due abortiti, ne sopravviveranno quattro, due maschi (Filippo e Antonio) e due femmine (Rosa ed Elena): poco più d'un terzo. Tutti gli altri si spengono nei primi sei mesi.
Consideriamo le date di nascita, includendo - fra parentesi - quelle degli aborti: 1782; (1782); 1783; 1785; 1786; 1787; 1788; 1789; (1791); 1792; 1794; 1795; 1799. Il ritmo è quello di un bollettino di guerra. E non minori di quelli dei soldati al fronte sono i rischi che corrono le donne tra le pareti domestiche. Alla seconda gravidanza Angiolina abortisce; alla quarta è operata alla mammella "per essersi marcito il latte"; alla settima patisce un lungo travaglio; alla nona abortisce nuovamente; all'ultima, dopo un travaglio di quattro ore, deve intervenire il chirurgo: le condizioni della puerpera sono tali che le vengono somministrati i Sacramenti. Donna di fibra robusta, Angiolina sopravvive a questo tour de force; ma non sono poche quelle che soccombono.
Il primogenito di Nicola e Angiolina Giangi, muore di cinque giorni. Così racconta il padre alla data del 20 gennaio 1782: "All'ore 21 circa passò a miglior vita mio figlio Giacomo Antonio Mauro e fu portato in Sant'Innocenza a un'ora e mezza di notte, posto in un scatolone; dopo, fatte l'esequie, fu sepolto"; segue la nota minuziosa delle spese sostenute per il parroco, il becchino, le candele, ecc. Non una parola di rincrescimento. Tant'è che il giorno dopo il cronista accenna, allegramente, a una "caccia al toro famosa", vale a dire a quella sorta di corrida casareccia che si organizzava da secoli a Rimini.
Ancora più scarne e fredde sono le annotazioni sugli altri figli morti prematuramente. Agghiacciante è la sequenza degli "Antoni". Va ricordato che Giangi aveva l'abitazione e il negozio in piazza Sant'Antonio (oggi Tre Martiri): è da presumere, pertanto, che fosse legato sia al santo che al nome. Uno di seguito all'altro - nel 1786, nel 1787 e nel 1788 - gli nascono tre figli maschi a cui dà il nome di Antonio, e tutt'e tre gli muoiono: il primo di tre mesi, il secondo di otto e il terzo di una settimana. Solo nel 1799 verrà al mondo l'Antonio che pianterà radici.
Nicola Giangi non sembra gran che affranto: "Il tempo" scrive "s'è rimesso. All'ore 14 circa passò a miglior vita mio figlio Antonio"; oppure: "Questa sera, all'ora di notte, è morto il nostro puttino Antonio. Passò per qui per andar a Roma una dama polacca venuta con sei cavalli e un legno".
I "puttini" arrivano e partono come gli innumerevoli passeggeri che transitano per Rimini. Li si accoglie senza particolare entusiasmo; li si saluta senza troppi rimpianti. Tra dieci mesi, mal che vada, ne arriverà un altro. Caso limite è quello di una signora morta nel 1695, Felicita Diotallevi in Benzi, che partorì la bellezza di 25 figli, nessuno dei quali attecchì. Si è colpiti, oggi, da questa serena e un po' distratta accettazione della "strage degli innocenti". Se ci si riporta a quei tempi (o si allarga lo sguardo al Terzo Mondo), la cosa appare meno singolare. E tuttavia lascia un po' di stucco l'addio che Giangi, nel 1803, dà a un suo canarino "che si teneva in negozio e cantava una sonata imparata dall'organino". L'uccellino è più pianto e rimpianto dei suoi sette "angioletti".

LE NOZZE DI ROSA

Nicola Giangi, alla cui minuta cronaca manoscritta è attinto il materiale per molte di queste noterelle, aveva due figlie, Rosa ed Elena. Possidente e commerciante, proprietario di un avviatissimo emporio in piazza Sant'Antonio (oggi Tre Martiri), era sicuramente un benestante. Diciamo pure un uomo ricco. E' perciò comprensibile che sottoponesse i giovanotti che aspiravano alla mano delle sue figliole ad un approfondito esame. Le reiterate e non proprio spontanee rotture di fidanzamento della figlia Rosina sono, in materia, piuttosto eloquenti e ci fanno rivivere, inoltre, i complessi rituali che precedevano i matrimoni nelle famiglie di elevata condizione.
Rosina era nata il 9 novembre del fatidico 1789. Il nove sembra proprio il suo numero magico. Quale fosse il suo aspetto, non sappiamo: ritratti, non ne rimangono; nè il padre spreca una sola goccia d'inchiostro per descrivercela. Non sarà stata bellissima: ben poche, al tempo, lo erano. Aveva un carattere quieto e remissivo, totalmente subordinato alla volontà paterna.
Nel maggio del 1806 un padovano, Lauro Ostoja, la chiede in moglie. Rosina ha 16 anni e mezzo. Nicola Giangi acconsente che Lauro le faccia qualche visita; intanto scrive a tre conoscenti di Padova per avere notizie sul giovane che - a quanto par di capire - non spiace a Rosina. Una cosa, però, lo insospettisce: l'eccessiva assiduità delle visite di Lauro. Da Padova, intanto, arriva il responso: il giovanotto è moralmente a posto, ma non ha il becco d'un quattrino.
Nicola Giangi, che non vuol apparire troppo "interessato", asserisce di aver "scoperto molte mutazioni nei discorsi e promesse" dell'aspirante genero. Vuol farci credere, insomma, che è inaffidabile. E così il 7 giugno, per il bene di Rosa, la signora Angiolina, moglie di Nicola, licenzia Lauro Ostoja sui due piedi e "con ferma maniera". E uno.
Il 27 dicembre 1807 Rosina, diciottenne, si fidanza ufficialmente ("prende il consenso", per dirla con le parole d'allora) col forlivese Francesco Dall'Oglio, chiamato confidenzialmente Checco. Le notizie che Nicola Giangi aveva ricevuto sembravano tranquillizzanti. Ma la prudenza - si sa - non è mai troppa. Il 13 gennaio 1808 partono per Forlì Filippo Giangi, fratello di Rosina, e Antonio Vasconi, amico e socio in affari di Nicola, per "informarsi a puntino" sul promesso sposo. I due "inviati speciali" tornano il giorno dopo: Checco, ahimè, non è - annota Giangi - "lo sposo adatto per la mia Rosina per la sua povertà, e si è fermamente stabilito di disfare questo matrimonio, benchè preso il consenso". Nicola Giangi prende carta e penna e scrive a Checco non già che lui è contrario per le accennate ragioni, ma che "la ragazza non vuol saper altro di questo matrimonio". E così l'inconsapevole Rosina fa anche la figura della volubile.
Il terzo tentativo è quello buono. Il 16 gennaio 1809 (torna il numero nove)Rosina si fidanza col modenese Giovan Battista Cavicchi, ufficiale di finanza. Il 1 febbraio, alle cinque della sera, Rosina e Giovan Battista si sposano civilmente; il pomeriggio del 2, nella chiesa di Sant'Agnese, si celebra il matrimonio religioso, suggellato da "una bella cena" in casa Giangi. In quei quindici giorni scarsi tra il fidanzamento e le nozze i due promessi non avranno potuto approfondire troppo la loro conoscenza; saranno stati definiti nei minimi particolari, in compenso, i termini del contratto, a cominciare dalla dote della ragazza (duemila scudi sonanti).
Tutto è bene quel che finisce bene: Rosina era alle soglie dei vent'anni, età che al tempo tracciava il confine fra la giovinetta e la zitella; quanto a Giovan Battista, aveva, tra le altre qualità, quella di essere un finanziere. Nella sua cronaca Nicola Giangi parla fino alla noia di continue visite della finanza alla sua bottega e di multe salate per le varie irregolarità scoperte. Non c'è dubbio: Giovan Battista era proprio l'"anima gemella" per la sua Rosina.

FUGHE D'AMORE

Tutti sanno che i matrimoni dei nostri nonni erano di regola combinati, e tanto più quando c'erano di mezzo cospicui patrimoni e ricche doti. L'avversione della cultura romantica per il matrimonio combinato e l'esaltazione del matrimonio d'amore hanno dipinto il contratto di nozze come un atto di barbarie. Che non siano i due interessati a scegliersi liberamente, ma che le unioni vengano decise e contrattate dalle famiglie, appare anche a noi un'intollerabile sopraffazione. L'esperienza dimostra che, in realtà, le scelte dei genitori erano spesso prudenti e ragionevoli, e che i matrimoni d'amore riuscivano (o fallivano) tanto quanto quelli combinati.
In non poche famiglie si tramandano storie, autentiche o fantastiche, di fughe d'amore, estremo rimedio a un matrimonio imposto. Eredi del romanticismo, siamo portati a solidarizzare istintivamente con gli innamorati fuggiaschi e a provare per loro simpatia e tenerezza. Senonchè le fonti storiche dimostrano, intanto, che le fughe d'amore si contano sulle dita di una mano, e inoltre che spesso - come si suol dire - "c'è dietro qualcosa". Vediamone qualche esempio tratto dalla cronaca del riminese Nicola Giangi.
E' il 25 novembre del 1784. Nella piccola, assonnata e pettegola Rimini papalina, imbiancata dalla prima neve, si diffonde la notizia che il giovane Paolo Garattoni è scappato nottetempo da casa. Due giorni dopo il fratello Carlo lo rintraccia a Sant'Agata Feltria e lo riporta all'ovile. Nello stesso giorno la contessina Teresa Sartoni è avviata al convento di Sant'Eufemia. Il cronista, come tutti, fa due più due e sospetta una fuga d'amore abortita. Il sospetto diviene certezza quando si apprende che Federico Sartoni, padre di Teresa, ha rinchiuso la figlia in un monastero di Cesena.
La ragazza, però, è ormai "compromessa". In caso di fuga d'amore, riuscita o fallita, spetta al vescovo concedere la dispensa di celebrare il matrimonio. Sua Eccellenza la farà penare, anche per dare un esempio, e solo il 13 aprile 1785 autorizzerà i sacerdoti a sposare Paolo e Teresa. Il 17, finalmente, Paolo Garattoni parte per Cesena per impalmare la sua bella (a Rimini, nello stesso giorno, viene lanciato un pallone aerostatico). Dovranno passare altri due mesi prima che il conte Sartoni si rappacifichi con la figlia, ormai felicemente maritata.
Da "dietristi" impenitenti, ci siamo interessati ai retroscena. I Sartoni erano una delle più antiche e prestigiose famiglie della città Federico, uomo colto e raffinato, era stato Capo-Console e nel 1780 aveva creato nel Palazzo comunale il primo abbozzo di un museo civico. I Garattoni discendevano invece da "villici di questo contado riminese": arricchitisi, erano stati aggregati alla nobiltà solo tre mesi prima della tentata fuga di Paolo. Piuttosto che ad una passione contrastata, vien da pensare a un abile "piano" di ascesa sociale. Tant'è che l'aristocrazia riminese se la legherà al dito e l'incolpevole Eleonora, sorella di Paolo, sarà costretta a un chiacchierato matrimonio per procura con un maturo bolognese.
Il 29 luglio 1787 Teresa Vanzi scappa nottetempo di casa e si rifugia a Ravenna, presso conoscenti. Qui l'aspetta "uno di Foligno" di cui ignoriamo anche il nome. Si sposeranno il 1 agosto, con la benedizione paterna. Che non è, però, del tutto generosa e disinteressata. Il fatto è che l'antica e titolata famiglia Vanzi era stata "disonorata" da Ignazio, fratello di Teresa, arrestato due anni prima per aver condotto a Bologna una ragazzetta. Il nostro cronista non ci dà altri particolari su questa antipatica storia. Sappiamo tuttavia che nel 1793 Ignazio Vanzi languiva nel terribile forte di San Leo, dov'era ospite anche il conte di Cagliostro (vi morirà nel 1795).
Dicevamo che, in caso di fuga d'amore, spettava al vescovo concedere la dispensa matrimoniale: che ai nobili e ai benestanti, seppure di controvoglia, era alla fine sempre rilasciata. Con tutti gli altri si era meno indulgenti. Il 25 giugno 1784 Albina Piolanti era fuggita dalla finestra. Sotto il verone, trepidante, stava un certo Antonio, facchino. I due erano corsi immediatamente dal vicario del vescovo per farsi sposare. Questi non solo si rifiutò, ma Albina finì in convento e Antonio in prigione: a meditare sulla giustizia umana e sull'amara verità che anche per fare i romantici bisogna essere qualcuno.

GLI IRREQUIETI VANZI

Furono, i Vanzi, una solida ed elevata famiglia riminese. Il loro palazzo sorgeva in pieno centro, a un passo dalla chiesa di Sant'Agostino. Sebastiano Vanzi, morto sessantaduenne nel 1571, fu un giurista famoso, che diede prove brillanti della sua dottrina e del suo ingegno durante il concilio di Trento. Fu vescovo di Orvieto e protettore degli studi. Nella Cappella di San Girolamo del Tempio Malatestiano se ne può ammirare il busto che i concittadini, riconoscenti, vollero erigergli. Per gratitudine nei suoi confronti, fu anche concessa la nobiltà alla sua famiglia, che continuò ad esprimere altri personaggi di qualche rilievo: Angelo Vanzi, morto nel 1648, fu priore degli Eremitani, fine letterato e uomo dottissimo; un Ignazio Vanzi fu bibliotecario della Gambalunghiana dal 1711 al 1715.
Col passare degli anni, i Vanzi divennero irrequieti. Si sa che anche nelle migliori famiglie può nascere qualche pecora nera, ma i Vanzi, dalla fine del Settecento in poi, ne allevarono un intero gregge. Il primo a svicolare fu Ignazio Vanzi (da non confondere col bibliotecario: i nomi, nelle vecchie famiglie, vengono continuamente rinnovati). Costui, nell'agosto del 1785, fu arrestato e scortato a Ravenna, davanti al Legato, per aver accompagnato a Bologna una ballerina. Anche se il nostro era "felicemente" coniugato, non sembra un delitto imperdonabile. Ci è invece del tutto sconosciuta la ragione per cui lo stesso, nel giugno del 1793, fu tradotto in ceppi nel poco confortevole forte di San Leo, riservato ai colpevoli di reati gravi. E' poco probabile che si sia trattato di un altro colpo di fulmine.
Altrettanto vivace e impetuosa fu, negli stessi anni, Teresa Vanzi, che nel luglio del 1787 scappò di casa per sposare un tale di Foligno, probabilmente di più modesta condizione (tant'è che il suo nome non ci è stato tramandato). Che qualche giorno dopo, effettivamente, la impalmerà. Con la benedizione più o meno convinta del parentado. Anche Anna Vanzi, nell'ottobre del 1819, si sposerà in gran segreto. Questa volta per l'opposizione - incomprensibile - della famiglia del promesso sposo, Arrigone Agli. Il prode Arrigone, per inciso, era stato per anni "amico affettuoso" di Elena Tiepolo, moglie separata di Lorenzo Garampi, morta prematuramente nel 1816. Il matrimonio tra Arrigone e Anna verrà "ufficializzato" nel gennaio del 1820.
Nel giugno del 1817 registriamo la lite furibonda - a suon di pugni, colpi di bastone e sassate - tra Giovanni e Sebastiano, figli di Ignazio Vanzi, e il cugino Giovanni, figlio di Giorgio Vanzi. La rissa, scoppiata nella centrale Via Maestra (l'odierno corso d'Augusto), fu sedata a fatica dalla forza pubblica. Giovanni di Giorgio, giudicato un attaccabrighe dal cronista Filippo Giangi, morirà ventenne poco più di un anno dopo (18 agosto 1818, per i postumi di una feroce bastonatura inflittagli da un mugnaio infuriato.
Altro scavezzacollo della movimentata dinastia fu Francesco Vanzi, fratello del defunto Giovanni. Costui, ammogliato con una signora "civile e savia" e padre di svariati figli adulti, intratteneva "una sconveniente pratica" (racconta Giangi) "con una donna che era sua serva". L'incauta relazione gli era già costata alcuni severi richiami dell'occhiuta e invadente gendarmeria pontificia. Nel giugno del 1831, sorpreso ad uscire nottetempo dalla casa dell'amante, reagì vivacemente alle domande indiscrete degli sbirri. Che lo arrestarono sui due piedi e lo misero al fresco.
La disavventura non lo persuase a troncare la storia. Per un po', forse, si sforzò di salvare le apparenze, anche perchè il nuovo vescovo, Francesco Gentilini, era rigidissimo in materia (si pensi che aveva fondato un istituto per redimere le donne di malaffare, finanziato con le multe appioppate ai preti libertini). Ma nell'ottobre del 1833 il nostro ruppe i freni. Involati alla sfortunata moglie settanta scudi sonanti (sostituiti destramente con una manciata di vili baiocchi), Francesco Vanzi - sulle orme dello zio Ignazio - fuggì a Bologna con la sua bella, spacciandola colà per la "contessa Giannini". Probabilmente la sedicente aristocratica avrà fatto sorgere qualche sospetto. Fatto sta che i due furono arrestati e tradotti a Rimini su una carretta, come volgari galeotti. Qui furono incarcerati, lui nella rocca malatestiana e lei nella prigione vescovile. Poi si perdono, di entrambi, le tracce. Dopo il colpo di testa (testa che gli sarà stata risciacquata a dovere), Francesco sarà rientrato nelle strette regole della piccola e sonnolenta Rimini papalina.

LE DISAVVENTURE DI BARTOLOMEO

Ci sono personaggi sfortunati e patetici approdati all'onore (si fa giusto per dire) delle cronache non per meriti preclari e memorabili imprese, ma per piccoli incidenti di percorso. Per una sorta di vocazione a cacciarsi nei guai e a far magre figure. Uno di questi è Bartolomeo Bartolini, figlio di Luigi, possidente riminese.
La prima, secca notizia che troviamo su di lui nei Diari manoscritti di quelle infaticabili malelingue di Nicola e Filippo Giangi è lo scioglimento del suo matrimonio con Eleonora Morandi. Di costei nulla sappiamo, se non che sarà stata una ragazza un po' sventata. L'annullamento, che presuppone un "matrimonio clandestino", è pronunciato dopo una particolare e abbastanza imbarazzante cerimonia in chiesa, durante la quale l'uomo si assume per due volte di seguito ogni responsabilità e chiede pubblicamente ammenda.
E' il 19 aprile del 1811. Un anno e mezzo dopo, il 5 ottobre 1812, Bartolomeo Bartolini parte per Milano. In probabile cerca di riscatto, si offre volontario per servire nella Guardia d'Onore del Vicerè Eugenio; ha in tasca le "lettere commendatizie" di varie autorità che il padre si è fatto in quattro per procurargli e che dovranno spianargli la carriera. Senonchè, una volta a Milano, il nostro ci ripensa: il Vicerè non fa per lui; o lui per il Vicerè. Con la coda fra le gambe, il 25 ottobre Bartolini torna a casa. "Ha fatto una figura molto infelice" commenta, sardonico, Filippo Giangi.
Chiusasi ingloriosamente la parentesi militare, su Bartolini scende il silenzio. Fino al 1816. Il 17 febbraio, sta facendo i bagagli la cantante Violante Lenzi, arrivata a Rimini per la stagione operistica. Ammalatasi nel bel mezzo d'un gorgheggio, era stata sostituita dalla "seconda donna" Nina Catenacci, che s'era conquistata i favori del pubblico sul campo, "colle attrattive e coi vezzi anche sfrontati". La Lenzi parte per Forlì insalutata e da nessuno rimpianta. Tolto, beninteso, Bartolomeo Bartolini, "suo servente dichiarato", che - chiosa Giangi - "sembra molto disturbato per questa perdita".
Tanto "disturbato" che il 23 la raggiunge a Forlì e ne combina un'altra delle sue. Sottobraccio a "madama Violante", si introduce furtivamente nell'appartamento del Vescovo di Forlì, nientemeno, "in conversazione con vari canonici e preti", e davanti a tutti dichiara là per là che la prende per moglie. Celebra, insomma, un cosiddetto "matrimonio clandestino". Un altro. E per giunta con una donna che gode "di poco buona opinione" e ha fama "di malavita" (la responsabilità di questi perentori giudizi è tutta di Giangi). Il Vescovo, dopo "una ramanzina fortissima", fa rinchiudere l'incorreggibile Bartolini nel "carcere canonico".
Ne uscirà il 14 marzo per tornare a Rimini e impalmare, questa volta con tutti i crismi, la sua cantante. Le nozze hanno luogo il 15, "all'ora di notte", in San Bartolomeo. La modesta cultura generale impedisce a Giangi, per fortuna, di fare deplorevoli giochi di parole sulla "notte di San Bartolomeo" del nostro Bartolomeo. Ce li risparmieremo anche noi. E mentre l'"afflittissimo" padre Luigi, "malcontento di queste nozze, si ritira in campagna", lasciamo che su Bartolomeo cali la tela.

LE AVVENTURE GALANTI DI LODOVICO

Se i Bagni di Rimini hanno festeggiato il loro centocinquantesimo compleanno, altrettanti ne contano le avventure galanti con le forestiere. Quelle storie, storielle e storiacce estive che, in anni più prosaici, verranno chiamate sbrigativamente "imbarchi".
Nell'agosto del 1874, l'anno successivo all'inaugurazione del Kursaal, un nobile (ma alquanto squattrinato) riminese ventiduenne, il conte Lodovico Lettimi, conosce un'attraente signorina forestiera di nome Maria. La vicenda, quale si ricostruisce da un paio di lettere del nostro paleobirro, non è indimenticabile: Lodovico e Maria non sono Paolo e Francesca, Giulietta e Romeo, Tristano e Isotta. Non sono neanche, per fortuna, Carlo e Diana.
Nato nel 1852, Lodovico Lettimi, detto Bico, figlio del patriota (nonchè pittore e fotografo) Andrea e fratello del poeta Claudio, del pianista Giovanni e di Costanza, moglie del mite anarchico Domenico Francolini, era suonatore dilettante di flauto e verseggiatore a tempo perso. Morirà per "morbo acuto" nel 1882, all'età di trent'anni.
La prima lettera di Lodovico a Maria è del 28 agosto. Tra i due era già intercorsa una fitta corrispondenza, che non si è conservata. Tanto fitta da aver provocato quello che Lodovico chiama "l'incidente del postino": una lettera era stata intercettata dalla sorella maggiore di Maria, che però, "da donna saggia e di esperienza", non si era mostrata "contraria ai loro voti". Insomma, aveva chiuso tutt'e due gli occhi. Lodovico, com'è ovvio, aveva adeguatamente apprezzato il comportamento, "perocchè già si sa" scrive "che l'amore, trattato ne' termini della passione educata, civile ed onorata, non è delitto, nè devesi impedire".
La sera prima Lodovico si era recato "alla Marina", sperando di incontrarla. Maria non s'era vista. "Se non fosse indiscretezza", il Lettimi ardirebbe chiederle perchè mai aveva disertato "i non molto svariati divertimenti, o per meglio dire i sistematici e monotoni passatempi che fino ad oggi va offrendo il nostro monumentale Stabilimento Balneario". La risposta sembra già implicita nella domanda: per quanto "monumentale", il Kursaal è una barba solenne. Ma forse la ragione era un'altra: la ragazza era rimasta a casa in omaggio allo spasimante. Brutto segno. Lodovico, a scanso di soprese, mette le mani avanti: "io non pretendo nessun sacrifizio". E si firma: "Vostro A... L. Lettimi". A come Amico. O come Amante. A scelta.
La seconda lettera è del 25 gennaio 1875. Maria ha da tempo fatto ritorno nella sua città. Lodovico esordisce con una peregrina distinzione tra l'"Amore contemplativo" (quello di lei) e l'"Amore speculativo" (il proprio), che "non possono combinare; così fu sempre, e così è stato fra noi". Amor speculativo, il suo? Sarà. Segue una fin troppo risentita autodifesa: solo perchè egli "non ha voluto fare una domanda formale" ai genitori di Maria, costei non è autorizzata a sospettare "cattive intenzioni" da parte sua. "No, no, gentilissima signorina," si inalbera Lodovico "il passato mio affetto per voi non fu che sempre inspirato dal nobile, caro e sensibile vostro amore". Ma anche (opportuna aggiunta) "dalla vostra veste materiale". "Sono uomo:" egli incalza "amo come ogni uomo il morale ed il fisico". "Quando io non ho buone intenzioni," chiarisce "so dove devo andare, ed i miei ventitrè anni aiutano a pennello le mie non buone i ntenzioni. Cessate, cessate, o stimatissima signorina, di voler scrutinare nell'animo mio; voi perderete fatica e tempo".
E' la parola fine. Gli amori estivi sono perlopiù stagionali, come la frutta. Verranno altre estati, e porteranno altre Marie e altri Lodovichi (o si dice Lodovici?). L'ultimo strascico è la rituale restituzione delle lettere e delle foto: "Io vi rimanderò le vostre lettere unitamente alla vostra fotografia" conclude Lodovico, stizzito "se prima mi vedrò arrivare le mie; diversamente, io non vi rimando nulla". Le lettere (che sono poi quelle che abbiamo trascritto) verranno effettivamente restituite. Il commiato è di un formalismo raggelante: "Con tutta stima e rispetto, credetemi sempre vostro devotissimo servo L. Lettimi". Servo devotissimo, sì, ma fidanzato, giammai.